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Luca Bonavia

La ballata di Straßburg
Dalle terre d’Alsazia a Ponte di Formazza:
il viaggio di un canto lungo 190 anni di storia

“Salviamo la cultura Walser!” scrive Enrico Rizzi in apertura del numero speciale di Le Rive,(1) interamente dedicato al 750^ anniversario di questo popolo straordinario, così ricco di memorie, leggende, di storie di vita. Lo stesso appello si ritrova nello scritto di Guido Bustico, dedicato a quell’opera fondamentale che fu il Folklore di Formazza di Aristide Baragiola:(2) un “...incitamento ad altri a raccogliere finché si è in tempo (...) il materiale di quella letteratura etnografica che è per l’Ossola ancora da scrivere”.
Questo, ai tempi del Bustico. Oggi quell’ancora da scrivere non vale più: già molte pagine sono state scritte, attraverso i passi di un approfondito lavoro di ricerca incentrato sugli esiti tradizionali orali raccolti nelle valli Ossolane dall’Associazione Culturale “Cantar Storie” di Domodossola. La ricerca, che ha legittimato intenti ed attività di un progetto nato molti anni prima, nell’ambito del Coro SEO e di alcuni suoi cantori, ha portato sinora pubblicazione di due volumi contenenti i risultati sinora conseguiti.(3)
Particolare attenzione ed uno specifico progetto di lavoro sono oggi rivolte al territorio (quasi sconosciuto, e del quale si conoscono pochi tentativi di analisi) dei canti in lingua Walser, raccolti non solo nelle colonie Ossolane (Macugnaga e Formazza) ma, più in là, a Bosco Gurin, Alagna Valsesia, Rima, Rimella e Gressoney/Issime. Lavoro che vedrà il suo compimento nella realizzazione di un ulteriore volume oggi in preparazione, ma che già permette di avvicinarsi ad una delle più profonde magie del ricercare: il raccontare storie. E così andare lontano, molto lontano, sino alle nebbie dell’arcaico.


Raccogliere antiche melodie dalle voci di chi, già centenario, narra d’averle sentite cantare da avi lontani, può indurre a immaginare quei canti come giganti di pietra, saldamente radicati nei nostri paesi, tra queste montagne, e là destinati a rimanere, da sempre e per sempre, immobili.
Equivoco che ben presto, dopo intere giornate di “raccolta” e lunghe notti di lavoro al tavolino, si rivela come tale: questi canti viaggiano, hanno continuato a viaggiare per secoli ed ancora lo fanno, inesorabilmente. Viaggiano, senza soste ed ostacoli, assieme agli uomini che, ascoltandoli, li hanno appresi e portati con sé per l’intero arco della propria vita, per conservarli e condividerli accanto ai propri ricordi più cari.
Possiamo scoprire così, nei meandri delle nostre terre d’Ossola, canti riconducibili a leggende nomadi, ballate nordiche, alle fiabe di Gonzenbach ed a quelle dei Fratelli Grimm; ancor più in là, a temi legati intrinsecamente al passato dell’intera umanità, la vicenda d’Ulisse, il suo ritorno. Come sottolinea la penna di Paolo Bon, sono “...tutte quelle storie popolate di fate e di maghi, di orchi e di streghe che hanno accompagnato la nostra infanzia, ma che prima di accompagnare la nostra infanzia di individui umani hanno accompagnato l’infanzia dell’umanità”:(4) è come un viaggio, ritrovare rami di un invisibile albero che affonda le sue radici nell’arcaico, là dove non è possibile arrivare se non chiudendo gli occhi, quell’arcaico che tanto ci emoziona e ci rivela segreti capaci di farci sentire ancora più vicini a noi stessi, alla nostra più intima essenza.

Capita, poi, d’imbattersi in una preziosa incisione realizzata in Valle Formazza, nel 1983. A cantare è un’antica voce walser, quella di Maria Lagger Ferrera. Racconta, e canta. Canta filastrocche, lievi come l’aria, e ad ogni passo c’è qualcosa, nel suo canto, che emoziona. Qualcosa che sarebbe impossibile da raccontare, senza dire a qualcuno che ci è molto vicino: “senti”.
Mentre s’avvicina la fine del materiale registrato, ecco la voce che respira, ed è bello immaginarsi quel momento, l’ultimo attimo di silenzio prima di tornare all’orizzonte del ricordo. “Schtrassbord - canta - zur Schtrassbord / khein wundäri schöni Schtat”. Con vibrante intensità.


Schtrassbord zur Schtrassbord
khein wundäri schöni Schtat
darin allein tzwei Grabä
so mäncherä Soldat.

So mäncher so schöner
so brawerä Soldat
der seinäri Fatter un Mötär
so sein ferlassen han.

Ferlassen ferlassen
das chan de nit anderscht sein
zur Schtrassbord in Münster
Soldat mössun `s wêr sein.

Di Mötär di Mötär
schi gêngi for tsch Höitmanntsch Hüs
“O Höitmann o lêbschterä Höitmanns mei
gäbät mêr meine Soon herei”.

“Deinä Soon der chan êch dêr nit gäbä
mêt so fêl Gold un Gäld
der Soon der mös êtz schtärbä
da dortinuf dem Feld”.

Da dort sên da dort sên
da dort sên uf dem Feld
än gantz schwartz brünäs Mêgätli
êch ksee-n-di nêmermee.

Là, là, sul bordo della strada
nessuna meravigliosa città:
solamente due fossi,
e tutti quei soldati.

Quei soldati così valorosi,
e tanto belli,
un giorno han dovuto abbandonare
i loro cari.

Abbandonati, abbandonati,
non poteva ch’essere così:
là a Münster, sul bordo della strada:
“Soldati per sempre, sarém!”

Mentre sua madre, la sua amata madre
è davanti alla casa del capitano:
“O capitano, capitano mio caro,
non togliermi mio figlio!”

“No, non lo potrai riavere,
con tutto l’oro e il denaro che hai:
è destinato a morire in quel campo,
lassù.”

E sono lassù, lassù,
ormai arrivati sul campo;
c’è quella fanciulla coi capelli così neri:
“...mai più, ti rivedrò!”(5)

Per lo studioso il momento dell’ascolto è solo il primo passo di un cammino di scoperta, delicatamente arduo ed insidioso: là dove l’ascolto si fa trascrizione, dapprima letteraria, quindi musicale. Decifrare ciò che appare chiuso in un mondo di segreti, trattenuto ancora dal suo tempo.
L’aiuto di Anna Maria Bacher, che questa lingua walser la sa scrivere, e non solamente capire, permette di proseguire nell’ascolto immaginandosi quella strada, quei fossi, quei soldati. È una partenza, la partenza verso una guerra che azzera ogni speranza, da cui potrebbe non esserci ritorno. Sono temi, questi, intrinsecamente legati alla più intima esistenza dell’uomo: quando l’uomo parte, e non lo fa per andare semplicemente al di là di una piazza, ma parte per una guerra che non sa quando avrà fine, per trovare lavoro oltre un immenso oceano, oppure per sposarsi ed andare a vivere tra le mura di un castello che si erge al di là delle montagne che s’estendono dietro a una distesa di colline, è quello il momento per guardare dietro di sé, per cogliere un frammento della realtà che sta per abbandonare. Un attimo, un solo respiro prima di dire addio.
C’è qui anche, impossibile, un tentativo disperato davanti alla casa del capitano, perentorio e crudele nell’eludere l’ultima speranza di una madre. E arriviamo così, come in una vecchia pellicola a tinte sfocate, all’ultima immagine. Ci sono campi, campi aperti. Vanno lontano. E lì una ragazza, che l’aspetta, l’aspetta per dirgli addio. Per guardarlo, un’ultima volta. ...êch ksee-n-di nêmermee. Poi, silenzio.

È storia di emozione, che come tutte le vicende cantate da un tempo lontano conserva punti oscuri: inevitabili il degrado, le corruzioni, le mutilazioni di periodi e parole: quel tempo è come un vento, che erode e cancella, muta e sa sconvolgere.
Quant’è difficile, allora, tentare di ricostruire senza corrompere ancora di più, lavoro molto simile a quello dell’archeologo che si trova tra le mani un reperto che si potrebbe frantumare ad ogni mossa avventata, e ciò che fa è agire con attenzione, ed un gran senso di cura. Senza fretta, senza lasciare che l’entusiasmo si travesta da presunzione.
È una ricerca.

Così la ballata di Maria Lagger Ferrera continua il suo invisibile viaggio, nella lettura di testi, consultazione di archivi, febbrili lettere ad amici lontani, immersi in enormi biblioteche.
Finchè, succede. Dalle pagine di un libro pubblicato da quasi due secoli, anni spunta la trascrizione di un canto mercenario, raccolto in Alsazia nel 1771.
Quel libro è di un poeta che aveva solcato la terra Alsaziana alla ricerca di antichi canti contadini: Johann Wolfgang von Goethe.(6) E il canto, quello che Goethe ha trascritto, è questo.


O Straßburg, o Straßburg
Du wunderschöne Stadt,
Darinnen liegt begraben
So mannicher Soldat.

So mancher, auch schöner
Und tapferer Soldat,
Der Vater und lieb Mutter
Böslich verlassen hat.

Verlassen, verlassen,
Es kann nicht anders sein,
zu Straßburg, ja zu Straßburg
Soldaten müssen sein.

Der Vater, die Mutter,
Die gingen vor’s Hauptmann Haus:
“Ach Hauptmann, lieber Hauptmann,
Gebt uns den Sohn heraus!”

“Euern Sohn kann ich nicht geben
Für noch so vieles Geld,
Euer Sohn der muß sterben
Im weiten, breiten Feld”.

Im weiten, im breiten,
All vorwärts vor dem Feind,
Wenn gleich sein schwarzbraun’s Mädel
So bitter um ihn weint.

Sie weinet, sie greinet,
Sie klaget allzusehr:
“Gut Nacht, mein herzlieb’ Schätzel,
Ich seh’ dich nimmermehr”.(7)


Strasburgo, o Strasburgo,
meravigliosa città:
là vi sono, sepolti,
quei valorosi soldati.

Così tanti, e belli,
coraggiosi soldati,
padre e madre
han dovuto abbandonare.

Abbandonare, abbandonare,
non puo che essere così:
è a Strasburgo, sì, a Strasburgo,
che devono andare.

E il padre, la madre,
vanno alla casa del Capitano:
“O capitano, caro capitano,
ridateci nostro figlio!”

“No, non ve lo posso ridare
nemmeno per tutti i vostri soldi,
è destinato a morire
in quei campi infiniti e lontani”

Larghi, lontani,
con tutti davanti al nemico,
quando la sua ragazza coi capelli così neri
va là, verso di lui, piangendo.

Piange, si dispera,
soffre così tanto:
“Buona notte, mio amato tesoro,
mai più ti rivedrò”.


Il confronto non lascia adito a dubbi: la versione del XVIII secolo è evidentemente più integra, la vicenda scorre con maggior scioltezza, e meglio ne svela il finale, là dove la fanciulla dai capelli così scuri piange e si dispera, dicendo addio al suo amore nel modo più dolce: sarebbe persin bello, un addio così. Con l’amata che ti s’avvicina e ti sussurra buonanotte.
Un’altra cosa è interessante: quella Straßburg che nel tempo e nei ricordi è diventata Schtrassbord: una città che diventa “bordo di una strada”, e là, addirittura, la meravigliosa città scompare, lasciando il suo posto a fossi profondi, e tristi soldati in partenza.
Perché il tempo, lo sappiamo, corre lungo l’albero di canto con le sue continue biforcazioni, diramazioni, quelle che noi chiamiamo varianti.

Il cammino per raggiungere l’albero è arduo ed a volte impossibile, procede attraverso spessi mari di nuvole e nebbie che separano i rami dal terreno ove le radici s’affondano: ma è proprio in quel dove misterioso che si nasconde un qualcosa, che va “oltre”. Oltre la memoria di Maria Lagger Ferrera, oltre le montagne della nostra amata Val Formazza, oltre mari e fiumi, intieri mondi di vita e ricordi, ben oltre lo svolgersi incalzante della vicenda narrata.

Non resta che continuare a cercare.
Ascoltare quella voce emozionante, che canta e a tratti sembra sul punto di spezzarsi, sul bordo di una strada di polvere. Ritrovare il suo silenzio, poi alzare gli occhi. E ripensare a quel giorno, lontano, in cui Goethe sentì cantare di una grande città.


Note bibliografiche

(1) Cfr. Le Rive, n.1/2 - gennaio/aprile 2003, ed. Press Grafica, Gravellona Toce (vb). Gli articoli citati si trovano a p. 5 (“Salviamo la cultura Walser!” di Enrico Rizzi) e p. 75 (“Folklore di Val Formazza” di Guido Bustico). (torna al testo)
(2) Cfr. Aristide Baragiola, “Folklore di Formazza”, Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese, 1981 (prima edizione 1914). (torna al testo)
(3) Cfr. Luca e Loris Bonavia (a cura di), “Cantar Storie - Un viaggio nel canto popolare tra i monti dell’Ossola”, 2 volumi, ed. Grossi, Domodossola, 1999/2001. È prevista per l’anno 2004 la pubblicazione del terzo volume dell’opera; il quarto sarà interamente dedicato ai canti in lingua walser. (torna al testo)
(4) Cfr. Paolo Bon, “Musica popolare: teoria dell’arcaico in contrapposizione alla teoria del sociale specifico”, in Diapason - Periodico dell’Associazione Cori della Toscana, anno XVI, n. 52, maggio/agosto 2001, p.7. (torna al testo)
(5) La trascrizione è di Anna Maria Bacher, libera traduzione a cura di Luca Bonavia. (torna al testo)
(6) Johann Wolfgang Von Goethe, Sesenheimer Liederbuch, 1771. (torna al testo)
(7) Libera traduzione a cura di Luca Bonavia. (torna al testo)

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