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Luca Bonavia
“La dimensione arcaica
delle fonti orali”
Convegno organizzato da Regione Toscana e Feniarco
sul tema “L’influsso degli archetipi orali sull’arte musicale scritta”
Pistoia, 16 marzo 2003
Alcuni anni fa intrapresi, assieme a mio padre Loris, i primi passi di un approfondito lavoro di ricerca incentrato sugli esiti orali ricordati nelle valli Ossolane.(1) L’Ossola, ultimo lembo di terra piemontese proteso verso la Svizzera, è un territorio caratterizzato dalla presenza di alte montagne, con sette valli disposte a raggiera attorno alla città di Domodossola. Numerose sono le influenze storiche-culturali che vi si possono riscontrare, non solamente piemontesi ma anche (e soprattutto) lombarde, e riconducibili alle culture (ticinesi e vallesane) d’oltreconfine.
Nelle prime fasi del lavoro nutrivo una convinzione rivelatasi in seguito alquanto ingenua: raccogliemmo antiche melodie dalle voci di cantori spontanei, alcuni dei quali, già quasi centenari, narravano d’averle sentite cantare dai loro avi, ed io cominciai ad immaginarmi quei canti come giganti di pietra, saldamente radicati in quei paesi, fra quelle montagne, e là destinati a rimanere, da sempre e per sempre, immobili.
Accadde poi qualcosa di fondamentale: reperii un esito raccolto a Trasquera, in Valle Divedro, conosciuto nella zona come “Senti mia cara Rosa”.(2) Un breve canto, la storia di un corteggiamento insistito nel quale le lusinghe dell’uomo vanno incontro ai continui propositi di fuga dell’amata, che al fine di non farsi raggiungere minaccia di farsi dapprima anguilla, poi lepre, quindi rosa e così via, come in un cammino infinito. Tornato a casa, sfogliai le pagine di quell’opera fondamentale che si deve a Costantino Nigra,(3) irrinunciabile punto di riferimento (assieme alla raccolta di Leone Sinigaglia)(4) per chiunque intenda svolgere ricerca etnomusicale in territorio Piemontese.
Potei così scoprire, grazie alla puntuale e ricca analisi del Nigra, che l’esito era riconducibile a numerosi altri esempi raccolti in Provenza, Catalogna, Grecia, in alcuni paesi slavi, in Scozia, oltre che alle fiabe di Gonzenbach ed a quelle dei fratelli Grimm.(5)
Fu una sorpresa, e per me l’inizio di una nuova ricerca, ulteriormente stimolata dal prezioso confronto con il Maestro Paolo Bon, mai interrotto lungo tutti questi anni.
Cominciai a comprendere come questi esiti siano tutt’altro che giganti di pietra: pur essendo ricordati da persone molto anziane, raccolti tra montagne insormontabili, in valli separate da vette e dirupi scoscesi, essi viaggiano, hanno continuato a viaggiare per secoli ed ancora lo fanno, inesorabilmente. Viaggiano, senza soste ed ostacoli, assieme agli uomini che, ascoltandoli, li hanno appresi e portati con sé per l’intero arco della propria vita, conservandoli e condividendoli accanto ai propri ricordi più cari.
Non possono più stupire, dunque, le numerose coincidenze riscontrabili tra esiti reperiti in territorio ossolano e nel bergamasco, in Trentino ed in Toscana, nel basso Piemonte ed in Sardegna. Uso spesso dire che di questi canti noi non possiamo, né mai potremmo, redigere una “carta d’identità” che ce ne indichi data e luogo di nascita, oltre a specificarne la paternità. Ciò che abbiamo a disposizione, a volte senza troppa fortuna, è semmai una sorta di “passaporto”, che possiamo immaginare impolverato ed e a tratti illeggibile, da cui è possibile desumere qualcuno dei loro continui spostamenti, da un luogo all’altro, nel corso dei secoli.
Scriveva nel 1935 uno dei più illustri studiosi nel campo della ricerca etnomusicale, Béla Bartók: “l’«albero di canto»... così si chiamano i contadini che secondo l’opinione generale del villaggio sanno a memoria un’infinità di melodie”.(6) Di fronte a questa frase, ed all’enorme impatto emotivo che possiede, il mio pensiero corre verso quell’immagine d’albero, riconducendo ad essa gli stessi esiti orali, quasi fosse possibile vederli come rami protesi verso un cielo lontano. Non solo dunque, a questo punto, le continue (e preziose) variazioni tra gli esiti raccolti ne sono le biforcazioni: la curiosità dello studioso corre senza freni verso quelle che si rivelano come le radici di quell’albero.
Il cammino per raggiungerle è arduo ed a volte impossibile, procede attraverso spessi mari di nuvole e nebbie che separano i rami dal terreno ove le radici s’affondano: ma è proprio lì, in quel dove misterioso, che si nasconde quel qualcosa, che “va oltre”. Oltre la memoria dei cantori, oltre montagne, mari e fiumi, oltre intieri mondi di vita e ricordi, ben oltre lo svolgersi incalzante delle vicende narrate.
Utilizzerò per la mia esposizione due esempi, raccolti in territorio Ossolano e tratti dall’archivio dell’Associazione “Cantar Storie”. Il primo esito è alquanto conosciuto, non solamente per le numerose varianti ricordate nel territorio italiano, ma anche per l’ampia diffusione delle elaborazioni per coro maschile che si debbono ad Angelo Mazza ed Armando Corso. Il tema è quello della “barbiera” (lezione nota agli etnomusicologi con il nome di “La barbiera francese”),(7) raccolto nel 1998 a Calasca, in Valle Anzasca.(8)
(Segue l’ascolto di alcune strofe del canto, registrato dalla viva voce dei cantori spontanei).
Dunque, abbiamo qui una donna che svolge un lavoro assai particolare: ella “fa la barba ai forestier”. Un giorno da lei si reca un uomo, che le chiede senza esitazione alcuna se voglia radergli la barba. Comincia così un dialogo che nasconde in sé numerose chiavi di lettura: il forestiero non le chiederà mai nulla di più che quel “fammi la barba”, ma è chiaro a tutti che la proposta cela ben altri intenti. E quando lei risponde “volentieri ve la faria, ma gh’ho paüra del mio marì”, egli dimostra d’aver le idee chiare: tuo marito è in Francia, è vero, ma di sicuro mai ritornerà.
E il corteggiamento continua, lento e inesorabile, fino a che lei gli s’avvicina, la sua barba è lunga, è “riccia e bionda”, e “fa innemorar”. Impossibile, resistere.
Proprio qui si concludono la maggior parte degli esiti del canto raccolti (e cantati), qui hanno termine le elaborazioni più conosciute. Ma il canto reperito in Valle Anzasca prosegue, ed è d’improvviso come trovarsi là dentro, in quella bottega. “Mentre l’acqua la si scaldava, bela barbiera filava il rasur”: è come l’aria diventasse ora più impalpabile, con il vapore a rendere i contorni delle cose indefiniti. Ed è il momento per l’inaspettato epilogo della vicenda: “Mentre la barba lei gli tagliava, vedé la marca del suo marì”. Ecco il segreto, celato sino all’ultimo: sotto alla barba, così riccia, lunga e bionda, v’è una cicatrice, inconfondibile, ed è così che la barbiera riconosce nel forestiero seduto a lei di fronte il marito creduto lontano.
A questo punto, ogni volta, all’ascolto, è come non fosse più così importante il luogo ove l’esito è stato raccolto, o la voce di Luigi ed Ezio Piffero che assieme ad Aldo Carminati hanno ricordato il canto della “barbiera”.
C’è qualcosa che va oltre, e scavalca le montagne, arrivando ad uno dei momenti più importanti della vita di ogni uomo, momenti che sono come cerimonie immortali. È il momento del ritorno, legato in modo indissolubile, con un filo invisibile, a quello della partenza.
Quando l’uomo parte, e non lo fa per andare semplicemente al di là di una piazza, ma parte per una guerra che non sa quando avrà fine, per trovare lavoro oltre un immenso oceano, oppure per sposarsi ed andare a vivere tra le mura di un castello che si erge al di là delle montagne che s’estendono dietro a una distesa di colline, allora, prima ancora di dire “addio”, l’uomo fa una cosa. Guarda dietro di sé, e coglie un frammento della realtà che sta per abbandonare. Quel frammento lo terrà legato ai propri ricordi per tutto il tempo della lontananza, fino al momento in cui (se ciò avverrà) farà ritorno. Sarà l’attimo allora per capire se è ancora possibile ritrovarlo, se quel ricordo potrà ancora far parte della sua realtà, oppure si rivelerà tristemente scomparso in una realtà che non è più vita.
V’è a questo proposito un altro esito raccolto in Valle Antrona, e diffuso in numerose varianti nella fascia franco-piemontese:(9) la storia di un soldato che torna dalla guerra al suo paese, e per lui il primo gesto, il primo pensiero è alzare lo sguardo verso una finestrella, la stessa da dove la sua innamorata, anni prima, lo salutò. Questo è ciò che ha tenuto dentro di sé per tanto tempo: una finestrella. La ritroverà chiusa, e questo sarà sufficiente per capire, e dire addio ai suoi ricordi, che per anni ed anni sono stati per lui come speranze.
Tutto questo, ascoltando la storia di quella “barbiera”. Ed il pensiero corre ancora più lontano, all’indietro nel tempo e nei secoli, a quando in uno dei passi più emozionanti dell’Odissea v’era Penelope, ed “...essa si sentì mancare le ginocchia e il cuore, riconoscendo i segnali che Ulisse le indicò così esattamente, e proruppe in lagrime e gli corse difilata incontro, e gettò le braccia al collo di Ulisse e lo baciò”.(10) C’è qualcosa, dunque, che va davvero “al di là” di una semplice storia raccolta tra i monti. Qualcosa che ci coglie dolcemente di sorpresa, come un lieve abbraccio inaspettato.
Se la barbiera d’Anzasca è un ramo di quell’albero maestoso, eccone un altro, scoperto tra i boschi della Valle Vigezzo.(11) Qui la protagonista è una donna, che giovanissima sposò il suo Bernardo, e poco tempo dopo lo vide partire, verso un destino lontano. La troviamo affacciata alla sua finestra, che guarda verso il mare. E non deve stupire, ormai lo sappiamo, che in un paese disperso tra alte montagne si cantino storie di mare: gli esiti orali non conoscono il linguaggio della “geografia”, e per loro come s’è detto non esistono confini.
Tornando alla nostra protagonista, eccola che guardando il mare vede avvicinarsi una barchetta, “tutta piena di gent’ del mar”. Così s’avvicina alla riva, incuriosita, là dove sbarca un pellegrino, distrutto dalla stanchezza; con voce malferma le chiede la carità, sentendosi rispondere “Posso darvi del pane e del vino, e niente d’altro vi posso dar”. D’improvviso l’uomo si fa sorprendentemente sfacciato: non gli interessa per nulla mangiare o bere, ciò che vuole è poter passare una notte d’amore con lei, che sconcertata minaccia di “farlo impiccar”. Ed è lui, allora, a rivelare la propria identità: lo fa così, d’improvviso, e lei si rifiuta di credere che chi le sta davanti sia veramente il suo Bernardo. Servirebbe una prova, per convincerla, non una prova qualunque, ed è in quel momento che lui estrae dalle pieghe del suo vestito un fazzoletto. Là dentro, ecco l’anello con cui, tanti anni prima, la sposò.
Di nuovo, sembra di allontanarsi da questa vicenda, da queste voci: qui c’è un uomo, lontano da casa per anni, ed anni, che per ogni giorno di quegli anni ha conservato gelosamente un fazzoletto, e dentro a quel fazzoletto un anello. E’ il frammento della sua realtà, che non ha voluto perdere: così lei lo riconosce, e ne è felice come mai avrebbe saputo immaginare. Pronuncia allora una frase semplice e bellissima, “andiamo a letto a riposar”, conducendo sino a casa anche l’immensa stanchezza del suo uomo ritornato.
È un altro ramo di quell’albero che affonda le sue radici nell’arcaico, là dove non è possibile arrivare se non chiudendo gli occhi, quell’arcaico che tanto ci emoziona e ci rivela segreti capaci di farci sentire ancora più vicini a noi stessi, alla nostra più intima essenza. Amo ricordare come Paolo Bon, in un suo articolo di qualche anno fa, scrisse di “...tutte quelle storie popolate di fate e di maghi, di orchi e di streghe che hanno accompagnato la nostra infanzia, ma che prima di accompagnare la nostra infanzia di individui umani hanno accompagnato l’infanzia dell’umanità”.(12)
Ed è come un viaggio. Passare giorni e giorni a vagare tra paesi di montagna, sentendo cantar storie: una donna che “faceva la barba ai forestier” e un’altra donna che, dalla sua finestra, guardava verso il mare. E poi, a casa, la notte, quando le ombre s’allungano e il buio porta con sé il suo silenzio, riascoltare quelle voci, e scoprire quanto i pensieri vadano lontano, lontano nel tempo e nella memoria. Là, verso Ulisse che è di fronte a Penelope e lei d’improvviso lo riconosce: è in quel momento, in quel momento soltanto, che lui sa d’essere veramente ritornato.
Note bibliografiche
(1) Cfr. Luca e Loris Bonavia (a cura di), “Cantar Storie - Un viaggio nel canto popolare tra i monti dell’Ossola” , 2 volumi., ed. Grossi, Domodossola, 1999/2001. (torna al testo)
(2) Cfr. “Cantar Storie”, I volume, op. cit., p.166. (torna al testo)
(3) Cfr. Costantino Nigra, “Canti popolari del Piemonte”, 2 volumi, ed. Reprints Einaudi, Torino, 1974. (torna al testo)
(4) Cfr. Roberto Leydi (a cura di) “Canzoni popolari del Piemonte - La raccolta inedita di Leone Sinigaglia”, ed. Diakronia, Vigevano, 1998. (torna al testo)
(5) Cfr. Costantino Nigra, op. cit., “Amore inevitabile”, pp.383/386 (torna al testo).
(6) Cfr. Béla Bartók, “Scritti sulla musica popolare”, a cura di Diego Carpitella, ed. Universale Bollati Boringhieri, Torino, 1997, p.63. (torna al testo)
(7) Cfr. Costantino Nigra, op. cit., “La barbiera francese”, pp.223/226. (torna al testo)
(8) Cfr. “Cantar Storie”, I volume, op. cit., p.73. (torna al testo)
(9) Cfr. “Cantar Storie”, I volume, op. cit., p.118. (torna al testo)
(10) Cfr. Omero, “Odissea”, ed. La Nuova Italia, Firenze, 1952, p.590. (torna al testo)
(11) Cfr. “Cantar Storie - Archivio dei canti raccolti”, esito sinora inedito. (torna al testo)
(12) Cfr. Paolo Bon, “Musica popolare: teoria dell’arcaico in contrapposizione alla teoria del sociale specifico”, in Diapason - Periodico dell’Associazione Cori della Toscana, anno XVI n.52, maggio/agosto 2001, p.7. (torna al testo)
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