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Luca Bonavia
Nozze
- Quando i canti raccontano storie -

Storie. Sono piccole storie di semplice, nate dalla fantasia e dal tempo.
E sono arrivate fin qui, attraversando guerre e campi di dolore, attimi di meraviglia e lunghi inverni di neve. Sembra un miracolo, sentire.
Con queste voci che cantano, magari tra le ombre rosamalinconiche di un’osteria scampata a cento bar, o nel salotto che guarda le montagne attraverso le sue tende di pizzo bianco e blu.
Rimanere lì. Magari con gli occhi chiusi. E sentire.

Un paese, un giorno, chissà quando. Magari anche lontano, nel tempo.
Con la ragazza più bella che si stava per sposare. Tutti le volevano un gran bene: camminando per le strade a sassi e terra, tanto vicine alle montagne, rispondeva a quei saluti con sorrisi capaci di cambiar luce alla giornata. Con allegria, serenità, un gran senso di pace. E i giovanotti la guardavano nascosti nei cortili, sognando un suo bacio, una carezza, semplicemente un sorriso che fosse per loro soltanto. Qualcuno più audace, poi, sfidava la sera bussando alla porta dove lei ricamava fazzoletti o leggeva vecchi libri di storie avventurose, ritrovandosi poi a balbettare strane scuse sotto lo sguardo della madre amabilmente infastidita che poi se ne ritornava scuotendo la testa ai tanti mestieri da sbrigare.
Finché s’innamorò, e tutti ne erano contenti perché anche a lui volevan bene: lavorava il legno come pochi altri, e se gli davi in mano una trave in un battibaleno lui sapeva inventarsi un capriolo, o un albero gentile, una ragazza addormentata o due baite nella neve.
Era estate. E la sera prima delle nozze lei stava alla finestra. Ancora sveglia, a pensieri e ricordi, senza trovare il suo sonno, lì a carezzare con le mani l’intaglio sotto al davanzale dove da bambina nascondeva i suoi tesori.
Un attimo prima era passata dalla grande cucina ancora umida di aromi, rimanendo a guardare il tavolo di noce che anni prima aveva saputo sopportare colpi e pianti, rimanendo un po’ più scuro nell’angolo dove lei si sedeva quando era triste, e pensava che sarebbe rimasta lì per sempre.
Un colpo di tosse, la mamma. E poi la vecchia zia su in mansarda a dire sottovoce le preghiere della sera, inginocchiata sul pavimento di legno scricchiolante che non sarebbe mai crollato. Il tabacco del babbo. E Ercole, suo fratello, un bambino tanto piccolo con un nome troppo grande, che ancora si muoveva nel letto ma probabilmente già sognava di aeroplani.
Era quel silenzio di voci che le sarebbe mancato. Quella era stata la sua casa per così tanto, eppure già non lo era più. Ma dov’era, la sua casa? Non la sentiva, ancora, là, oltre il ponte sul torrente, dove avrebbe dormito le prossime notti, stretta alle forti braccia del suo amore.
E così vagava nel buio, felice e malinconica.

Poi, qualcosa. Là, oltre la finestra. Una lanterna, forse. O un’ombra strana.
E voci. Bisbigli.
Come poteva immaginarselo: fino a quella sera non era successo mai. Ma da quel momento, da quella notte d’estate in poi, sarebbe successo sempre.

Un paese. Il suo paese.
Tutti.
Uomini in testa, poi le donne e i bambini, i più anziani in fondo con candele e lanterne. A cantare.
Sotto al suo balcone, cantavano per lei, e le loro voci dicevan vecchie storie, di partenze, di lacrime e mancanze, ma in un modo così dolce, così tanto dolce da non mettere tristezza.

Alza gli occhi al cielo, rimira quella stella.
Addio ragazza bella, noi siam d’abbandonar.

Quei canti che arrivavano da lontano, soldati pronti a un’inutile guerra, lavoratori senza lavoro che sognano “America”: sono canti che dicono - partenza - e lo dicono in un modo che nessun libro potrà dire mai, non così, non come lei lo sentiva, dentro, con gli occhi lucidi e un sorriso.
Cantavano gli uomini, forte, contro alla notte così buia, e le donne a fare la seconda voce un po’ più in alto, perfino i bambini che quelle canzoni le avevano sentite mille volte ma mai le avevano potute cantare.

Sembrano tutti canti tristi, ad ascoltarli. C’è quel soldato che parte, saluta, lascia la sua casa e se ne va, oppure il boscaiolo che va a cercar fortuna e attraversa l’oceano sopra a una nave gigantesca. C’è sempre una mamma che piange, un fazzoletto che sventola, un ultimo momento che è come una domanda, “non partire”, ma diventa, ogni volta, una partenza.

Ormai lei piange, guarda e ascolta e piange, alle sue spalle mamma, zia, papà e anche Ercole, che la guarda sorridere e piangere e affacciarsi.
Poi, le serenate.
Canti che diventano dolci, e parlano di stelle e di cielo, come ninnenanne cantate da tutti quei grandi come bambini.
Felice notte, o ragazzine, che questa è l’ora sì, che questa è l’ora sì.
Felice notte, o ragazzine, che questa è l’ora di andar dormir.

Ed è la buonanotte, mentre le lanterne e le candele - ad una ad una - lasciano spazio al buio.

L’indomani è già una festa, una festa che sa di tempo, di ciambelle cotte in forni a legna e pane abbrustolito, fisarmoniche ubriache e vino a grossi fiaschi. Ci sono tutti, loro che la notte camminavano il paese con candele lanterne e canzoni. Sono seduti, qualcuno balla già sui tavoli, altri si sono addormentati sotto a un albero. C’è anche chi si aggira con aria smarrita cercando un fiasco di vino non vuoto e là, in un angolo, loro. C’è lei, pettinata come nei giorni di festa, un vestito semplice, tutto a fiocchi e raso. Un fiore bianco tra i capelli.
Lui la tiene per la mano, e il tempo corre, qualcuno se ne va, amici, parenti, anche quei due con la fisarmonica che tanto hanno suonato e cantato e fatto divertire. Anche lei ha ballato, e sembrava una farfalla.
E’ un pomeriggio caldo, l’aria è quasi dolce. Lui si guarda in giro, poi l’abbraccia nuovamente. E le dice “Andiam via”, è come nelle favole, sul retro della casa una carrozza, e i cavalli, e tutto è pronto per portarli lontano. Chi sa dove, forse solamente al lago, o più giù verso il mare ma è difficile che ci arrivino, perché il mare è lontano.
“Andiamo” le dice, e comincia così il loro piccolo viaggio di nozze, pochi giorni, magari anche una notte soltanto.
Li ritroviamo un po’ stanchi, un viaggio su quelle strade sconnesse non è cosa da poco, non c’è nemmeno un filo di vento a rinfrescarli.
E la signora della locanda li aspetta all’entrata, con un minuscolo mazzo di fiori colti dalla bambina di casa, rose e ciclamini. “Bene arrivati”.
Portano allegria, gli sposi. E la loro è la stanza migliore dell’albergo: le tendine di pizzo, un comò, due sedie, un grande specchio con la bacinella per lavarsi. E un letto. Grande. Comodo. Con le lenzuola ricamate.
Lei si siede, un po’ smarrita, forse ripensa ancora a casa sua, è tutto così strano. Lui la guarda, non sa cosa dirle, cosa fare, le sfiora un braccio, “riposati” le dice, “ti devo aiutare” e poi aggiunge “a spogliarti”, quelle parole gli escono improvvisamente sgraziate, con un filo di voce, e lei “no”, gli dice, sono capace da sola, “son bona da me”, glielo dice proprio così, come un sorriso.

È un’altra vita.

E lei se ne rende conto quando si sveglia, è notte, fuori, è tanto buio, quello non è il suo letto con la candela rossa sul comò, c’è lui, lui lì accanto, che l’abbraccia. E ci sono ancora i suoi baci nell’aria, sulla sua pelle, quelle mani come lunghe carezze, quel silenzio di respiri. È una cosa nuova, un mondo mai vissuto.
Così si riaddormenta, è così strano e così facile farlo, le lenzuola profumano di lavanda e lui - nel sonno - sorride. Dormono così, tanto vicini, fino a quando il campanile della chiesa suona le nove: è tardi, nemmeno la domenica sono abituati a dormire così tanto.
Lei si alza, da sola, apre la porta, fuori hanno poggiato una bacinella d’acqua fredda, ma non troppo: l’hanno lasciata al sole per premura, con un altro mazzetto di fiori per la sposa.
“Sposa”. E lei ancora non sa crederci.
Così si guarda allo specchio, e per un momento si vede già diversa, non era così la sua pelle ieri, ha qualcosa che è come un’ombrasorriso che le attraversa le gote, la fronte, il collo.
Sembra un raggio di sole.
Allora sorride, gettandosi l’acqua sugli occhi, come faceva quando era bambina ed era estate, e poteva correre tutto il giorno per campi e boschi e campi.

Storie. Sono piccole storie di semplice, nate dalla fantasia e dal tempo.
E sono arrivate fin qui, attraversando partenze e amori e serenate, momenti di gioia e lunghe estati di sole. Sentire. Sembra una magia.

(Luca Bonavia)

- o -

Le carrozze son già preparate,
i cavalli son pronti a partire,
dimmi, o ibella, se tu vuoi venire
a far viaggio di nozze con me.

Ci saranno amici e parenti,
canteremo allegri e contenti,
suoneremo coi nostri strumenti,
la sposina faremo ballar.

E finita la cortesia,
lui l’abbraccia e le dice: Andiam via,
poi la bacia e le dice: Sei mia,
questa notte tu dormi con me!

’Pena giunti alla bella stanzetta,
lui mi disse: Qui puoi riposarti,
poi mi disse: T’aiuto a spogliarti.
Di spogliarmi son bona da me!

Nella notte mi sono svegliata,
mi trovai col mio amore abbracciata,
dolcemente m’aveva baciata,
mi stringeva sì forte al suo cuor!

’Sta mattina mi alzo alle nove
con la faccia color del limone,
me la lavo con acqua e sapone
per lenire le piaghe d’amor.


Note

Per gli esiti popolari a cui si fa riferimento nel testo, cfr. “Cantar Storie”, a cura di Luca e Loris Bonavia, Ed. Grossi, Domodossola, 1999: ”Alza gli occhi al cielo”, “Le carrozze son già preparate” e “Questa l’è l’ora sì”.
In particolare per il testo posto in calce al brano, si veda a pp. 246, “Nozze a Folsogno”, trascrizione del testo a cura di Paolo Bon.

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