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VII Festival Internazionale Musica di Montagna - Convegno di Studio sul tema
“Musica & Ambiente”
Venerdì 2 Luglio 2004 - Kongresshaus, Macugnaga

Intervento di LUCA BONAVIA
Alla ricerca dell’arcaico nello studio delle fonti di tradizione orale

Punto di partenza di questo mio intervento è la preziosa esperienza di ricerca vissuta negli ultimi anni nell’ambito dell’Associazione Cantar Storie di Domodossola, che oggi ho l’onore di rappresentare. Il progetto ha avuto come suo primo risultato la creazione di un vasto archivio di esiti tradizionali orali raccolti dalla voce dei cantori spontanei contattati nell’ambito del territorio oggetto della ricerca (valli dell’Ossola e colonie Walser italiane, piemontesi, aostane ed elvetiche), cui è seguita l’elaborazione di alcuni degli esiti per cori a vario organico (confluiti nei due volumi sinora pubblicati, con un terzo in fase di ultimazione)(1) ed un’intensa attività di divulgazione rivolta all’intero territorio italiano.

Nello studio delle fonti musicali e letterarie della tradizione orale (studio inteso dunque nella duplice dimensione del “testo” e della “melodia”, elementi autonomi e non - come si può pensare - necessariamente connessi, che richiedono quindi al ricercatore un’analisi separata) stiamo assistendo nel corso degli anni all’emergere di una nuova tendenza, ove gli esiti non vengono assunti come mere “espressioni popolari”, bensì come elementi che custodiscono in sé archetipi (letterari e musicali) riconducibili a quell’immenso orizzonte di voci e fantasmi della memoria che affondano le proprie radici nell’arcaico.(2)
Com’è ovvio, un simile approccio muta radicalmente quella che potrebbe essere l’analisi dei rapporti tra “musica tradizionale” ed “ambiente”, tema che meriterebbe un’analisi ben più approfondita rispetto a quella che ci s’accinge a fare in questa sede, a partire dal concetto stesso di “ambiente”, che sappiamo essere complesso, ricco di sfaccettature e di possibili angoli di studio.
Non è certo mia intenzione negare gli influssi che le condizioni ambientali possono apportare alla dimensione letteraria (e musicale) degli esiti oggetto delle nostre ricerche: v’è però la convinzione che tali effetti si limitino alla “superficie”, e seppur meritevoli d’attenzione, non intacchino in alcun modo le vere radici della tradizione orale, e tantomeno gli archetipi che questi esiti continuano a portare con sé.

Certo, potremmo soffermarci ad analizzare condizioni “visuali” e “sonore” emerse nel corso di una ricerca come quella da noi condotta, quali il modo di cantare e gli stili d’esecuzione (voci maschili, o femminili; un cantore solista, una coppia o un gruppo di cantori; l’accompagnamento di strumenti o voci che li imitano; un solo che comincia a cantare, seguito dagli altri; le donne “a domanda” e poi gli uomini, a rispondere, e così via), e tentare di comprendere come l’ambiente li possa aver influenzati.
Si pensi anche a certi esiti raccolti a Bosco Gurin, colonia Walser in territorio elvetico, adattati di casa in casa con il nome della famiglia d’appartenenza,(3) o quell’A Milano ci sta una ragazza che ritroviamo sull’intero territorio ossolano, con continue modifiche apportate dai cantori alla località citata nel primo verso del canto. Ancora, ecco spiccare all’interno dell’esito Sun passà da San Martin(4) (lezione conosciuta dagli etnomusicologi come “Strano vócero”(5)) l’indicazione “San Martin” che, originariamente riferita ad uno specifico giorno dell’anno, viene adattata ad una località situata nelle vicinanze di Domodossola.

Sono esempi senza dubbio curiosi, e a loro modo significativi. Ma poi il mio sguardo corre più lontano, verso quella “barbiera” che fa la barba ai forestier,(6) e scorge sul viso del suo corteggiatore la “marca” del marito creduto disperso in terre lontane. Ripenso a qualcosa, allora, che va ben oltre la valle dove è avvenuta la ricerca, ben al di là degli alti monti che ne segnano i confini. Ripenso ad Ulisse, e a Penelope che con pazienza l’attendeva ed un giorno, con emozione, lo riconobbe. Ripenso a quegli esiti accomunati da un piede ritmico che da sempre l’uomo associa a tematiche di morte,(7) ed ancora a quei canti che scopriamo diffusi con innumerevoli varianti in paesi e luoghi lontanissimi, ben oltre le barriere ed i confini, le differenze di lingua o religione.(8) E mi ritrovo d’improvviso avvolto da linee di orizzonti sconosciuti, affascinanti, come ogni volta ascoltando le registrazioni acquisite con fatica dalla voce di preziosi cantori spontanei che di certo non immaginano quali straordinari viaggi abbiano intrapreso nel corso dei secoli le storie custodite nella propria memoria di vita.
È con emozione che ritrovo quanto Paolo Bon ha scritto a tal proposito: «...chi si è accostato senza pregiudizio alle espressioni musicali arcaiche (...) ne conosce anche l’ineguagliabile vitalità: la geografia, l’orografia, l’idrografia, i confini naturali e quelli politici non hanno significato per loro, né rilevano i tratti somatici della gente che incontrano per strada; le cinte munite, le castella, i valli ed i fossati non ne deviano il percorso, poiché esse conoscono soltanto il moto retto, obbediscono soltanto alle proprie leggi casuali e non rispondono al chi va là delle sentinelle. Esse esistono in natura e come tutto ciò che esiste in natura - secondo l’antico aforisma - si trasformano ma non si distruggono; sopravvivono agli individui ed ai popoli anche se questi cadono vittime di strage o genocidio e allora mostrano sul seno le ferite letali, o le celano sotto le pieghe, ma straordinariamente vivono, come se anche la morte giovasse a tenerle in vita.»(9)

Pensiamo allora per un attimo di trovarci di fronte ad una di quelle navi scoperte tra le onde di un deserto, là dove un tempo c’era il mare. Improvvisandoci archeologi, potremmo soffermarci a comprendere cosa sia avvenuto durante quello scorrere d’anni, valutare gli effetti del vento e della sabbia su quei resti di legno, sconvolti dal trascorrere di secoli e millenni.
Ma ben altra avventura sarebbe lo spingerci oltre, ritornando coi pensieri a quel mare di un tempo, là dove la nostra nave viaggiava, ripercorrendone le rotte ormai invisibili. Quali terre ha attraversato, quanti marinai v’hanno vissuto, in quali porti ha trovato un suo approdo sicuro? E qual era, lontano, la sua terra d’origine?

Mi piace ricordare alcune parole scritte da Costantino Nigra nel 1888, «...le raccolte dei canti popolari sono finalmente fatte quasi ovunque, e in genere con incontestabile fedeltà. Rimane agli studiosi di questa materia un altro compito, più difficile che quello di raccogliere i canti e stamparli testualmente, e questo è d’intraprendere l’esame della questione d’origine. Dacché i canti sono raccolti e sinceramente raccolti, è tempo che si cerchi di sapere come nacquero, da donde vengono, che cosa significano. Il persistere nell’evitare la questione sarebbe segno, più di discrezione, di sterilità.»(10)
Cogliendo il pensiero del Nigra nelle sue molteplici implicazioni, ecco che la questione d’origine non ci appare legata a sole considerazioni geografiche, e prescinde di certo dal fattore ambientale, che pure ha influenzato e continuerà ad influenzare le versioni attuali degli esiti, nel corso dei loro lunghi viaggi tra terre e civiltà, ma è ben lungi dall’intaccarne l’essenza.
La strada è tracciata. Il compito non è solo osservare l’albero di canti, sfiorarne le foglie con un dito, ma ripercorrerne i rami, biforcazione dopo biforcazione, e passar poi al tronco e alle radici, sin là dove gli orizzonti si sfumano, lambendo le nebbie dell’arcaico.

Note
(1) Si vedano i due volumi “Cantar Storie”, a cura di Luca e Loris Bonavia, pubblicati dalle Edizioni Grossi di Domodossola nel 1999 e 2001. Essi contengono oltre 120 esiti tradizionali orali raccolti nelle Valli dell’Ossola, ognuno dei quali è riproposto mediante una scheda filologica ed un’elaborazione per coro a voci maschili, secondo una logica di “doppio binario”. Il terzo volume dell’opera, dedicato ai cori a voci miste, sarà pubblicato entro l’anno 2004; (torna al testo)
(2) Per un approfondimento sul tema si veda l’intervento di Paolo Bon su Diapason - Periodico dell’Associazione Cori della Toscana (anno XVI n. 52 - Maggio/Agosto 2001), “Musica popolare: teoria dell’arcaico in contrapposizione alla teoria del sociale specifico”; (torna al testo)
(3) L’esito cui ci si riferisce è riportato nel volume di Emily Gerstner-Hirzel, “Reime Gebete Lieder und Spiele aus Bosco Gurin”, ed Scchweizerische Gesellschaft für Volkskunde, Basel, 1985, p.45; (torna al testo)
(4) L’esito, raccolto a Macugnaga, in Valle Anzasca, è incluso nell’Archivio dell’Associazione “Cantar Storie”, presso Luca e Loris Bonavia, Via Cuneo n. 7, 28845 Domodossola (VB), tel. 0324-46565, e-mail cantarstorie@libero.it, e sarà incluso nel terzo volume dell’opera; (torna al testo)
(5) Cfr. Nigra, Costantino, Canti popolari del Piemonte, Ed. Reprints Einaudi, Torino, 1974, pp.492/494; (torna al testo)
(6) Esito raccolto a Calasca, in Valle Anzasca. Si veda Cantar Storie, op.cit., vol. 1, p.73; (torna al testo)
(7) Si veda a questo proposito Bon, Paolo, Poetica e tecnica dell’intervento espressivo sulle fonti orali, pubblicato su La Cartellina, anno XXVIII, nn. 154 e ss; (torna al testo)
(8) Si cita a titolo di esempio l’esito L’eroina, riportato nell’opera del Nigra a p.100, del quale il Nigra stesso scrive “...canto originato da un racconto biblico, riprodotto oralmente da qualcuno dei primi missionari cristiani in Danimarca, o udito in Occidente, o al Mezzodì dell’Europa, durante le loro depredazioni, da pirati scandinavi pagani, che ne avrebbero conservato e portato in patria un vago e confuso ricordo. Il canto, così formato su quel ricordo, sarebbe poi stato per un singular destino ripropagato in tutta Europa in foggia irriconoscibile e per più guise divergente dal tema originario”; (torna al testo)
(9) La citazione è tratta da Bon, Paolo, La teoria evolutiva del diatonismo e le sue applicazioni, Ed. Giardini, Pisa, 1995, p.44; (torna al testo)
(10) Cfr. Nigra, Costantino, Canti popolari del Piemonte, op.cit. (torna al testo)

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