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Macugnaga, 5 luglio 2003
Convegno-dibattito sul tema:
“La ricerca etnomusicale in montagna”
Riflessioni sullo stato e gli indirizzi della ricerca etnomusicale
Intervento di Luca Bonavia
Associazione Culturale Cantar Storie di Domodossola
L’intenso lavoro di ricerca sugli esiti tradizionali orali ossolani svolto da me e da mio padre Loris negli ultimi anni (con la preziosa collaborazione del Maestro Paolo Bon, uno dei massimi studiosi ed esperti che in Italia si occupano di tematiche legate ad etnomusicologia e coralità), trae le sue radici dai primi tentativi di ricerca sul campo intrapresi dal Coro Seo-Cai di Domodossola negli anni ‘60, e culminati nella pubblicazione di un disco contenente l’esecuzione di tre canti ossolani elaborati per voci maschili. La costituzione, avvenuta nel mese di settembre del 2001 a Domodossola, dell’Associazione Culturale Cantar Storie, che oggi ho l’onore di rappresentare, ne ha legittimato intenti, contenuti e attività.
Un progetto, il nostro, ispirato da importanti esempi di ricerche etnomusicologiche svolte in territorio piemontese per mano di Costantino Nigra, Leone Sinigaglia, Roberto Leydi (recentemente scomparso), Angelo Agazzani ed, oltre i confini della nostra regione, da Silvio Pedrotti, Giorgio Vacchi, Claudio Malcapi.
Si è voluto però “andare oltre” la sola creazione di un archivio sonoro, affiancando agli esiti orali raccolti ed analizzati una elaborazione corale, seguendo dunque una logica di doppio binario, che ha come unico precedente italiano i due “Cahier de Musique Chorale Valdôtaine”, curati dal Centre d’Etudes Francoprovençales René Willien e dall’Association Valdôtaine des Archives Sonores per la parte etnomusicale, da Paolo Bon ed Angelo Mazza per la parte espressiva.
Di fronte all’inevitabile dilemma che si pone ad ogni ricercatore nel momento in cui, decidendo di non chiuderli in un cassetto, intende rendere noti i risultati del suo lavoro (“intervenire o non intervenire sul materiale originale raccolto? E, se sì, in che modo?”) ci si è resi conto di come fosse fondamentale, da un lato, salvaguardare l’integrità degli esiti raccolti e, contemporaneamente, infondere “nuova vita” a queste storie, ballate, ninnenanne, che da secoli vivevano e viaggiavano assieme agli uomini che le serbavano nella propria memoria, consentendo una loro diffusione nel moderno panorama corale italiano (che negli ultimi anni ha vissuto una preoccupante situazione di “stasi” ed immobilismo).
Il cospicuo materiale raccolto è stato dunque trascritto, e per ogni canto si è compilata una scheda etnomusicale contenente tutte le informazioni necessarie allo studioso (luogo e data di raccolta, informatore, esecutore, tonalità alla fonte, note bibliografiche e estremi di archiviazione), inviandolo quindi ad un’equipe di musicisti, individuati sulla base dell’esperienza acquisita nel campo, per la realizzazione di un’elaborazione corale degli esiti stessi. È importante sottolineare che tutti i musicisti contattati hanno aderito entusiasticamente all’iniziativa: ognuno di essi ha potuto lavorare sui canti originali, disponendo di una registrazione e della scheda in precedenza redatta dai ricercatori: essendo l’esito etnomusicale già presentato nella scheda che lo documenta, il musicista ha potuto svolgere la propria ricerca espressiva in piena libertà.
Si è voluta inoltre stimolare una collaborazione, sino a quel momento quasi inedita, tra ricercatori sul campo e musicisti chiamati ad intervenire sul materiale raccolto: uno dei primi risultati di tale tentativo è costituito dalla prefazione che Roberto Leydi (purtroppo recentemente scomparso) scrisse per il secondo volume del “Cantar Storie”, dove egli definisce il lavoro di ricerca svolto sino a quel momento “ancora più utile (e non soltanto per i cori)”.
La stessa filosofia è stata successivamente ripresa dalla FE.N.I.A.R.CO. nel progetto “Elabora”, attualmente in corso di realizzazione in tutte le regioni italiane).
Il progetto di ricerca è stato articolato in più fasi successive e tra loro strettamente correlate: ognuna meriterebbe uno spazio d’analisi proprio ed approfondito: dalla raccolta e censimento delle fonti al reperimento effettivo degli esiti, con la costituzione di un archivio oggi comprendente oltre 500 canti, procedendo quindi ad un’attenta verifica ed analisi dei testi letterari e, come si è detto, alla trascrizione degli esiti musicali ed alla compilazione della sopra citata scheda etnomusicale.
I risultati del lavoro sono stati dunque inclusi in una serie di volumi, pubblicati presso l’Editore Grossi di Domodossola, e contenenti ognuno circa 60 canti, suddivisi per valle di riferimento e presentati affiancando la scheda etnomusicale all’elaborazione, secondo la logica già più volte esposta del “doppio binario”.
Il primo volume è stato pubblicato nell’autunno 1999, ed è a oggi esaurito; il secondo ha visto la pubblicazione nel mese di novembre 2001, e ad esso è stato allegato un CD-Audio con una selezione di canti registrati dalla viva voce dei cantori spontanei.
Entrambi i volumi hanno previsto elaborazioni per coro a cappella a voci maschili.
È in corso di preparazione un terzo volume, per cui si prevede la pubblicazione nel corso del 2004. Esso conterrà la riproposizione di alcuni canti già pubblicati ed altri inediti: le elaborazioni, questa volta, saranno per voci miste. È previsto anche in questo caso l’inserimento di un CD-Audio allegato.
Nel biennio 2005/2006 verrà inoltre completato un nuovo ed esteso progetto di ricerca, già in corso di svolgimento, incentrato interamente su esiti in lingua Walser. Ho il particolare piacere di annunciare questo progetto proprio qui, a Macugnaga, come ho avuto modo di fare a Briga lo scorso mese di maggio. A differenza dei precedenti lavori svolti, non si è voluto limitare la ricerca ai soli territori ossolani (dunque le colonie di Valle Anzasca e Valle Formazza), ma estenderla alle colonie di Bosco Gurin, Alagna Valsesia, Rima, Rimella e Gressoney/Issime. Anche quest’opera sarà realizzata seguendo l’impronta di quelle già pubblicate, con un approfondimento nei contenuti delle schede etnomusicologiche, e sarà presumibilmente bilingue (in italiano/tedesco).
Vorrei anche sottolineare brevemente l’intensa attività svolta negli ultimi anni dall’Associazione Cantar Storie, anche oltre i confini regionali, per quanto riguarda la divulgazione dei risultati della ricerca e la partecipazione a conferenze, convegni, lezioni, corsi e dibattiti incentrati sul tema dell’etnomusicologia e della coralità di stampo tradizionale, ed accennare al “Laboratorio Corale Walser Cantar Storie”, attivo dal mese di marzo 2003 a Domodossola, progetto di coralità ideato e curato dal sottoscritto, che ha come obiettivo la creazione di un repertorio di Canti Walser tratti dai volumi del “Cantar Storie”, raccolti nelle Valli Anzasca e Formazza ed elaborati per coro maschile da Paolo Bon.
Dopo avervi illustrato la mia personale esperienza sul campo, e l’attività svolta dall’Associazione Cantar Storie, posso provare a rispondere all’interessante domanda posta da Pietro Bianchi, quel “A cantum pa i sass” pronunciato dalla signora Tomamichel, di cui ho avuto recentemente il piacere di conoscere la figlia, in una splendida giornata trascorsa a Bosco Gurin. Al di là dell’intensa poesia di queste semplici parole, penso il contenuto non debba stupirci. Ben sappiamo che oggi, quando con i nostri cori cantiamo, o facciamo ascoltare brani del nostro archivio, ciò avviene “per qualcosa”, o “per qualcuno”. In passato non era così. Si cantava senza un motivo, senza un “perché”. Quella che si cantava era la vita, e in un certo senso la vita era anche ciò che si cantava. Dolori, gioie, ricordi, storie imparate da piccini e diventate parte di una memoria da non perdere, e far tramandare. Certo, oggi in quei luoghi rimangono in pochi, a cantare. Poche le antiche abitazioni, sempre più ridotte le comunità. Ma cantare è sempre la stessa magia, sempre la stessa intima cerimonia del ricordo.
Ce ne rendiamo conto ogni giorno, nella nostra attività. E giungo così al quesito posto al centro del nostro dibattito, e riguardante il futuro e le prospettive della ricerca sul campo, basandomi sull’esperienza maturata in questi anni, ed anche sui preziosi confronti vissuti con altre realtà regionali, ritengo senza dubbio sia un futuro impegnativo e ricco d’insidie, ma che ancora nasconde orizzonti sconfinati, e da scoprire.
Ognuno dei canti raccolti, e quelli ancora da raccogliere (nonostante l’incedere del tempo, e la scomparsa delle antiche voci che in quei canti racchiudevano le proprie memorie di vita), nasconde interi mondi che escono dai rigidi corridoi segnati da valli, fiumi e montagne, andando oltre. Oltre, verso quell’arcaico che appartiene a tutti noi, all’intiera umanità, custodendo incubi ancestrali e sogni senza tempo.
Necessaria, certo, è una grande, indomabile tenacia ed anche una forte sensibilità, che permetta di salvare senza perdere, o irrimediabilmente corrompere. Non mancano purtroppo esempi di ricerche condotte con superficialità, sottovalutando i molteplici e delicatissimi aspetti di un lavoro di questo genere: la stessa “leggerezza” con cui alcuni gruppi corali eseguono elaborazioni di esiti tradizionali mostrando scarsa attenzione all’integrità dei testi, all’incedere delle vicende narrate, e senza alcun rispetto per le scelte di natura espressiva operate dai musicisti. Scelte mai casuali, ma dettate da un lungo lavoro di studio ed analisi, momento finale di un lungo processo che - anche nel momento “culminante”, quello dell’esecuzione in pubblico - non possono, né debbono essere dimenticati.
Vorrei spendere anche qualche parola su un altro dei temi di questo incontro: “la montagna”. Viviamo tra i monti, siamo abituati a scorgerli ogni mattina dalla nostra finestra: sono dentro di noi, e li amiamo. Anche i canti da noi raccolti, e cantati, che ci hanno entusiasmato e commosso ad ogni ascolto, sono vissuti per secoli tra queste montagne, e in un certo senso ne sono parte essenziale, e profonda. Ma non dobbiamo dimenticare che le radici di queste storie vanno come si è detto molto oltre, traversano immense pianure e mari sconfinati, sfiorano terre lontanissime e la loro origine sfuma nella nebbia dell’arcaico.
Rinchiudere il futuro della ricerca tra le nostre montagne sarebbe un peccato imperdonabile, ed andrebbe prima di tutto “contro” la montagna stessa: negli ultimi anni i canti Walser, ed altri raccolti nelle valli dell’Ossola hanno viaggiato tra Veneto, Toscana, Emilia Romagna e Sardegna, ed ancora oltre in tutta Italia, dove cori di ogni regione hanno incluso le elaborazioni di quei canti nel proprio repertorio.
Nessuno tra il pubblico sapeva dove fossero la valle Anzasca, la valle Antrona, le altre valli dell’Ossola. Ma qualcosa, qualcosa li ha raggiunti.
Ed è lo stimolo per aggiungere un’ultima importante considerazione, in un ambito quale quello odierno, nella prospettiva di una futura collaborazione con chi, assieme a me, è oggi seduto a questo tavolo. Spesso sento pronunciare parole di sconforto, nel mondo a me caro della coralità: “i giovani non cantano più”, “i cori sono destinati a scomparire”. È vero, cambiano i tempi. Ma deve, altrettanto ovviamente, cambiare la coralità. Sarebbe mera utopia pretendere che in un mondo come quello odierno la coralità possa sopravvivere secondo gli schemi costruiti e vissuti negli anni sessanta, ormai così lontani da noi.
Altrettanto logicamente, può e deve cambiare anche la nostra attività di ricercatori: non tanto nella fase di raccolta del materiale originale, che ancora è radicalmente immersa nel passato, ma nella fase di divulgazione dei risultati che abbiamo conseguito. Assurdo sarebbe continuare a presentarli come accadeva trent’anni fa, o venti, o dieci, dando l’angusta impressione di qualcosa di stantio, polveroso, destinato ad essere rinchiuso in soffocanti biblioteche.
Se vogliamo conquistare giovani e adulti, coinvolgendoli in quella che per noi è una grande passione, occorre conquistare anche un linguaggio per farlo. Ricordandoci che questi sono canti ma anche, e soprattutto, storie.
Infondendo novità nell’antico, facendolo con cura, e grande attenzione. Storie che, al di là del tempo, appartengono ancora alla più intima essenza di ognuno di noi. In quanto tali, sanno ancora e sempre più emozionare e incantare.
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