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Ciclo di incontri “Alla (ri)scoperta dell’ossolanità”
Venerdì 19 Dicembre 2003 - Liceo Scientifico “Giorgio Spezia”, Domodossola
LUCA BONAVIA - LABORATORIO CORALE CANTAR STORIE
Conferenza/Concerto sul tema:
Un viaggio di voci: alla ricerca dell’arcaico nel canto tradizionale ossolano
L’intenso lavoro di ricerca sugli esiti tradizionali orali ossolani svolto dall’Associazione Culturale Cantar Storie, che oggi ho l’onore di rappresentare, trae le sue radici dai primi tentativi di ricerca sul campo intrapresi dal Coro Seo-Cai di Domodossola negli anni ’60, e dalla volontà, nei primi anni ’90, di riprendere quel lavoro, ampliandolo, e cercando di svolgerlo in modo più “scientifico”, e consono alla complessità del compito che ci s’era proposti.
Sin troppo facile è infatti svolgere ricerca sul campo con superficialità e leggerezza, creando più danni rispetto alla bontà dei risultati: si pensi al delicatissimo compito dell’archeologo, all’opera su reperti con secoli di vita, ed è sufficiente un gesto avventato per comprometterne irrimediabilmente il recupero, e la conservazione.
Riferendosi ai “canti tradizionali” (o, come impropriamente si dice, “popolari”) è facile incorrere in un equivoco, limitandosi ad immaginare sottili voci che intonano melodie dall’interminabile lunghezza e dai testi quasi indecifrabili, destinate dunque a rimanere chiuse tra le pagine di libri ed archivi polverosi, patrimonio custodito gelosamente da ricercatori ed etnomusicologi.
Utilizzando alcuni esempi sonori, intendo sgombrare il campo da ogni possibile equivoco in tal senso, dimostrando come l’orizzonte degli esiti orali tradizionali sia ben più ampio, ed ampie le possibilità di intervento su ciò che è stato rinvenuto sul campo.
Segue l’ascolto di alcuni esempi:
“Gli anelli” - esito raccolto in piemonte dalla voce di Teresa Viarengo cd1
“Le carrozze son già preparate” - esito raccolto in Valle Vigezzo da un gruppo di cantori spontanei cd2
“Nina ti te ricordi” - nell’esecuzione di Giovanna Marini e Francesco De Gregori cd3
“Baby Let Me Follow You Down” - nell’esecuzione di Bob Dylan & The Band cd4
Dunque, non solo l’emozionante voce di Teresa Viarengo (astigiana, tra il 1964 ed il 1966 offrì alla ricerca di Franco Coggiola e Roberto Leydi oltre trecento esecuzioni di canti e ballate piemontesi: secondo Leydi “uno dei più estesi repertori individuati in Europa ed uno dei più importanti per quanto riguarda la ballata e la canzone narrativa in genere”)(1) ci riconduce a quel che intendiamo come “canto tradizionale”; i cantori vigezzini eseguono un canto di nozze imitando con le loro voci un’orchestrina di strumenti,(2) e Francesco De Gregori e Giovanna Marini eseguono un canto da loro raccolto in versione riarrangiata e decisamente più “moderna”.(3) La sorpresa più grande riguarda forse quelle chitarre elettriche e la batteria che accompagnano la voce di Bob Dylan quando, nel 1966, esegue un canto che gli “hobos” americani intonavano attraversando i deserti del West, che proprio Dylan ricostruì ed offrì al suo pubblico in più versioni, dalle più “folk” a quella, decisamente più “elettrica”, che s’è appena ascoltata.(4)
Il panorama è dunque esteso, e quanto mai variegato: la nostra ricerca s’è mossa sinora lungo l’orizzonte delle valli ossolane, raccogliendo con cura ed estrema pazienza quanto le preziose voci dei cantori spontanei hanno tratto dalla propria memoria.
Lavoriamo attorno a canti che spesso amo immaginare come rami di un grande, grandissimo albero: ci s’avvicina e quello che si fa, spesso con grande emozione, è cercare di ripercorrerli “all’indietro”, in viaggio verso radici lontane. Ad un certo punto del cammino si raggiunge un luogo molto strano ed affascinante che è avvolto dalla nebbia e noi chiamiamo arcaico. Ritorniamo così a quelle storie celate nella nostra più intima essenza, che ci rallegravano e spaventavano bambini, che da secoli e millenni accompagnano l’uomo nel suo cammino di vita.
Sono canti di partenze, di ritorni e d’addii, di guerre, solitudini e inseguimenti amorosi. E raccontano storie.
Uno dei canti più diffusi in territorio italiano ci riporta alla vicenda della bella che sta sulle rive d’un fosso, a lavar panni. Giunge un cavaliere, lo possiamo immaginare bellissimo, affascinante, imperioso, e pronto a soccorrere la ragazza che smarrisce il suo anello tra le acque. Il gioiello sarà recuperato, ma la ricompensa offerta dalla fanciulla (qualche moneta d’oro) viene rifiutata dal cavaliere, che s’aspettava altro: un bel bacio d’amore. L’esito è stato raccolto in territorio veneto (ma poco importa, in quanto certi temi attraversano valli, monti e mari senza “appartenere” mai ad un paese, ad un popolo, ad una singola regione) ed elaborato da Paolo Bon sotto forma di canone, con le voci a rincorrersi senza incontrarsi mai, se non nella dolce cadenza finale.(5)
Il Laboratorio Corale Cantar Storie esegue “La bella al fosso”(elaborazione di Paolo Bon) cd5
Come ho già accennato, il progetto di ricerca “Cantar Storie” si è concretizzato sinora nella pubblicazione di due volumi (contenenti circa 120 canti),(6) e del terzo è prevista l’uscita entro il 2004: un progetto ispirato da importanti esempi di ricerche etnomusicologiche svolte in territorio piemontese per mano di Costantino Nigra, Leone Sinigaglia, Roberto Leydi (recentemente scomparso), Angelo Agazzani ed, oltre i confini della nostra regione, da Silvio Pedrotti, Giorgio Vacchi, Claudio Malcapi.
Si è voluto però “andare oltre” la sola creazione di un archivio sonoro, affiancando agli esiti orali raccolti ed analizzati una elaborazione corale, seguendo dunque una logica di doppio binario, che ha come unico precedente italiano i due “Cahier de Musique Chorale Valdôtaine”, curati dal Centre d’Etudes Francoprovençales René Willien e dall’Association Valdôtaine des Archives Sonores per la parte etnomusicale, da Paolo Bon ed Angelo Mazza per la parte espressiva.
Di fronte all’inevitabile dilemma che si pone ad ogni ricercatore nel momento in cui, decidendo di non chiuderli in un cassetto, intende rendere noti i risultati del suo lavoro (“intervenire o non intervenire sul materiale originale raccolto? E, se sì, in che modo?”) ci si è resi conto di come fosse fondamentale, da un lato, salvaguardare l’integrità degli esiti raccolti e, contemporaneamente, infondere “nuova vita” a queste storie, ballate, ninnenanne, che da secoli vivevano e viaggiavano assieme agli uomini che le serbavano nella propria memoria, consentendo una loro diffusione nel moderno panorama corale italiano (che negli ultimi anni ha vissuto una preoccupante situazione di “stasi” ed immobilismo).
Il cospicuo materiale raccolto è stato dunque trascritto, e per ogni canto si è compilata una scheda etnomusicale contenente tutte le informazioni necessarie allo studioso (luogo e data di raccolta, informatore, esecutore, tonalità alla fonte, note bibliografiche e estremi di archiviazione), inviandolo quindi ad un’equipe di musicisti, individuati sulla base dell’esperienza acquisita nel campo, per la realizzazione di un’elaborazione corale degli esiti stessi. È importante sottolineare che tutti i musicisti contattati hanno aderito entusiasticamente all’iniziativa: ognuno di essi ha potuto lavorare sui canti originali, disponendo di una registrazione e della scheda in precedenza redatta dai ricercatori: essendo l’esito etnomusicale già presentato nella scheda che lo documenta, il musicista ha potuto svolgere la propria ricerca espressiva in piena libertà.
Si è voluta inoltre stimolare una collaborazione, sino a quel momento quasi inedita, tra ricercatori sul campo e musicisti chiamati ad intervenire sul materiale raccolto: uno dei primi risultati di tale tentativo è costituito dalla prefazione che Roberto Leydi (purtroppo recentemente scomparso) scrisse per il secondo volume del “Cantar Storie”, dove egli definisce il lavoro di ricerca svolto sino a quel momento “ancora più utile (e non soltanto per i cori)”.(7)
Nel biennio 2005/2006 verrà inoltre completato un nuovo ed esteso progetto di ricerca, già in corso di svolgimento, incentrato interamente su esiti in lingua Walser. A differenza dei precedenti lavori svolti, non si è voluto limitare la ricerca ai soli territori ossolani (dunque le colonie di Valle Anzasca e Valle Formazza), ma estenderla alle colonie di Bosco Gurin, Alagna Valsesia, Rima, Rimella e Gressoney/Issime. Anche quest’opera sarà realizzata seguendo l’impronta di quelle già pubblicate, con un approfondimento nei contenuti delle schede etnomusicologiche, e sarà presumibilmente bilingue (in italiano/tedesco).
Il Laboratorio Corale Cantar Storie eseguirà questa sera due canti in lingua walser raccolti in Val Formazza: è importante per noi cominciare da “dove” questi canti provengono, ovvero dalle versioni originali, quelle raccolte sul campo dalla viva voce degli interpreti spontanei. Per entrambi la voce che ascolterete è una “grande” voce walser, che non smette d’emozionarci ad ogni ascolto: quella di Maria Ferrera Lagger. Due canti che nascondono in sé il segreto della leggerezza: con immensa sensibilità ed un gran senso di grazia, Paolo Bon l’ha saputa cogliere.
Nel primo esito, Wol löif uf di Tanna,(8) una fanciulla ammira le bellezze del mondo: montagne, fiori, vento ed anche, lo scopriamo, il fascino dei ragazzi. Intanto, poco distante, proprio un ragazzo non sa darsi pace, alla perenne ricerca della donna che è fatta per lui: chi lo sa, forse proprio lei, là a descrivere bellezze. Sono lì a cercarsi, allora, senz’ancora riconoscersi, e lui per sfogare i tormenti dell’attesa sale e scende da un abete, su verso la cima e poi di nuovo a terra. Senza fermarsi, mai.
Segue l’ascolto di “Wol löif uf di Tanna” nell’esecuzione di Maria Ferrera Lagger cd6
L’elaborazione di Paolo Bon, Un tiriralla,(9) segue con dolcezza l’andamento dell’esito originale, sino ad un momento in cui le voci prendono a rincorrersi, e lo fanno con leggerezza, la leggerezza di una danza improvvisata da fanciulli innamorati.
Il Laboratorio Corale Cantar Storie esegue “Un tiriralla” (elaborazione di Paolo Bon) cd7
Il secondo esito, Un in der Kchêrchä,(10) ci porta invece di fronte a due ragazzi innamorati che cercano un posto dove stare tranquilli. Vi è poco altro, descritto con un lieve, sottile senso di malizia, tra versi e parole che non hanno un vero e proprio significato, ma un ritmo, una musica: “Wischpeli Wäschpäli sêsi Beimäli weisäli türi tari...”, e così via, mentre i due innamorati cercano il loro angolo di pace.
Segue l’ascolto di “Un in der Kchêrchä” nell’esecuzione di Maria Ferrera Lagger cd8
Nell’elaborazione di Paolo Bon, Tiri türi tari,(11) scopriremo il coro diviso in tre voci, le tre voci si rincorrono, sembrano raggiungersi solamente alla fine di ogni strofa e poi nuovamente, si separano, incastonandosi in un’architettura leggera di suoni.
Il Laboratorio Corale Cantar Storie esegue “Tiri türi tari” (elaborazione di Paolo Bon) cd9
Tutti questi canti, lungo le loro radici, hanno storie da raccontare: alcune ci riconducono a lezioni che l’etnomusicologo sa riconoscere senza esitazione. È il caso delle ballate, grandi storie che sin dal primo ascolto rivelano una forte intensità, spesso carica di connotati drammatici.
In questo esito, scoperto tra i boschi della Valle Vigezzo,(12) la protagonista è una donna, che giovanissima sposò il suo Bernardo, e poco tempo dopo lo vide partire, verso un destino lontano. La troviamo affacciata alla sua finestra, che guarda verso il mare. E non deve stupire, ormai lo sappiamo, che in un paese disperso tra alte montagne si cantino storie di mare: gli esiti orali non conoscono il linguaggio della “geografia”, e per loro come s’è detto non esistono confini. cd10
Tornando alla nostra protagonista, eccola che guardando quel mare vede avvicinarsi una barchetta, “tutta piena di gent’ del mar”. Così s’avvicina alla riva, incuriosita, là dove sbarca un pellegrino, distrutto dalla stanchezza; con voce malferma le chiede la carità, sentendosi rispondere “Posso darvi del pane e del vino, e niente d’altro vi posso dar”. D’improvviso l’uomo si fa sorprendentemente sfacciato: non gli interessa per nulla mangiare o bere, ciò che vuole è poter passare una notte d’amore con lei, che sconcertata minaccia di “farlo impiccar”. Ed è lui, allora, a rivelare la propria identità: lo fa così, d’improvviso, e lei si rifiuta di credere che chi le sta davanti sia veramente il suo Bernardo. Servirebbe una prova, per convincerla, non una prova qualunque, ed è in quel momento che lui estrae dalle pieghe del suo vestito un fazzoletto. Là dentro, ecco l’anello con cui, tanti anni prima, la sposò.
Di nuovo, sembra di allontanarsi da questa vicenda, da queste voci: qui c’è un uomo, lontano da casa per anni, ed anni, che per ogni giorno di quegli anni ha conservato gelosamente un fazzoletto, e dentro a quel fazzoletto un anello. E’ il frammento della sua realtà, che non ha voluto perdere: così lei lo riconosce, e ne è felice come mai avrebbe saputo immaginare. Pronuncia allora una frase semplice e bellissima, “andiamo a letto a riposar”, conducendo sino a casa anche l’immensa stanchezza del suo uomo ritornato.
Ed il pensiero corre ancora più lontano, all’indietro nel tempo e nei secoli, a quando in uno dei passi più emozionanti dell’Odissea: v’era Penelope, ed “...essa si sentì mancare le ginocchia e il cuore, riconoscendo i segnali che Ulisse le indicò così esattamente, e proruppe in lagrime e gli corse difilata incontro, e gettò le braccia al collo di Ulisse e lo baciò”.(13) C’è qualcosa, dunque, che va davvero “al di là” di una semplice storia raccolta tra i monti. Qualcosa che ci coglie dolcemente di sorpresa, come un lieve abbraccio inaspettato.
C’è qualcosa che va oltre, e scavalca le montagne, arrivando ad uno dei momenti più importanti della vita di ogni uomo, momenti che sono come cerimonie immortali. È il momento del ritorno, legato in modo indissolubile, con un filo invisibile, a quello della partenza.
Quando l’uomo parte, e non lo fa per andare semplicemente al di là di una piazza, ma parte per una guerra che non sa quando avrà fine, per trovare lavoro oltre un immenso oceano, oppure per sposarsi ed andare a vivere tra le mura di un castello che si erge al di là delle montagne che s’estendono dietro a una distesa di colline, allora, prima ancora di dire “addio”, l’uomo fa qualcosa. Guarda dietro di sé, e coglie un frammento della realtà che sta per abbandonare. Quel frammento lo terrà legato ai propri ricordi per tutto il tempo della lontananza, fino al momento in cui (se ciò avverrà) farà ritorno. Sarà l’attimo allora per capire se è ancora possibile ritrovarlo, se quel ricordo potrà ancora far parte della sua realtà, oppure si rivelerà tristemente scomparso in una realtà che non è più vita.
Un canto “di partenza”, legato alla storia di dolore e sacrifici degli emigranti italiani, è il celebre “Mamma mia dammi cento lire”:(14) sulla stessa linea melodica (con poche variazioni) s’innesta il testo di un esito raccolto in Valle Divedro, dalla viva voce di Pierina e Luciana Del Pedro.(15)
Segue l’ascolto di “Se tu fossi una regina” nell’esecuzione di Pierina e Luciana Del Pedro cd11
Ci siamo dunque trovati di fronte due esiti dai testi profondamente diversi, accomunati da una stessa linea melodica: nemmeno questo deve ormai stupirci, ed altrettanto frequentemente potremo evidenziare casi in cui la stessa vicenda venga cantata utilizzando moduli melodici di svariata origine.
Ben diverso è l’ambiente, ben diversa l’atmosfera che pervade la melodia: qui non c’è il saluto carico di nostalgia degli emigranti in partenza, ma il lieve duetto tra una ragazza che in una giornata di sole cocente non intende fare il suo dovere nei campi: resta con una scusa poco convincente all’ombra di casa, aspettando il ritorno del suo innamorato, e chi da fuori la chiama, ricordandole il suo ruolo di contadina, ben lontano dalla “regina” che ella forse vorrebbe essere.
La stessa leggerezza traspare dall’elaborazione di Gianmartino Durighello, che ora ci apprestiamo ad ascoltare.(16)
Il Laboratorio Corale Cantar Storie esegue “Se tu fossi una regina”
(elaborazione di Gianmartino Durighello) cd12
La spensierata brillantezza di questo canto lascerà tra breve il posto ad una splendida e struggente ninnananna in lingua walser, raccolta a Macugnaga, in Valle Anzasca, dalla voce di Remo Bettoli. Così come avviene per la vita, anche nel mondo dei canti tradizionali gioia e dolori si susseguono, come soffi di un unico vento.
Chleis chleis Trusilibus (17) è un vero e proprio “ritorno” nel mondo magico dei Walser, immerso nelle storie e leggende che lo cospargono: sentiremo cantare di Trusilibus, bambino in cerca di giochi e di magie, con uno zufolo a sette e sette buchi che le sue piccole mani non sanno afferrare.
L’armonia, dolcissima, si scontra con la terribile ed inaspettata conclusione di questa ninnananna tragica: troviamo, alla fine, la mamma che piange dentro alla stanza vuota, perché il suo bambino non c’è più. Nell’elaborazione di Paolo Bon, Ein trauriges Walser-Wiegenlied,(18) il coro intero ne accompagna l’andamento cullante, mentre due voci cantano la melodia, intrecciandosi in un perfetto teatro di armonie fino al doloroso finale, con un’unica voce che si spegne lentamente nel nulla.
Segue l’ascolto di “Chleis chleis Trusilibus” nell‘esecuzione di Remo Bettoli. cd13
Il Laboratorio Corale Cantar Storie esegue “Ein trauriges Walser-Wiegenlied”
(elaborazione di Paolo Bon) cd14
Era l’ultima tappa del nostro “viaggio” di stasera. Questa è la nostra speranza ed, allo stesso tempo, la nostra gioia: accompagnare qualcuno al viaggio e, allo stesso tempo, viaggiare. Condividendo l’entusiasmo e l’emozione d’essere davanti a un pubblico che ci ascolta e, insieme a noi, scopre quel che fino a ieri sembrava irrimediabilmente celato tra le pagine spesse di libri polverosi, ed inaccessibili.
Sono storie, le storie del nostro passato e, in modo ancor più misterioso, sottile e affascinante, del nostro arcaico, dei sogni, di certi nostri ricordi più nascosti. Provengono da molto lontano, eppure sanno arrivarci inaspettatamente vicino.
Note
(1) cfr. Leydi, Roberto (a cura di) - Cante’ Bergera - La ballata piemontese dal repertorio di Teresa Viarengo, ed. Diakronia, Vigevano, 1995; (torna al testo)
(2) l’esito “Le carrozze son già preparate”, raccolto a Folsogno in Valle Vigezzo, è incluso nell’Archivio dell’Associazione Cantar Storie ed è riportato in Bonavia, Luca e Loris (a cura di) - Cantar Storie - un viaggio nel canto popolare tra i monti dell’Ossola (volume I), ed. Grossi, Domodossola, 1999, p. 241; (torna al testo)
(3) cfr. De Gregori, Giovanni e Marini, Giovanna - Il fischio del vapore, cd Caravan, 2002; (torna al testo)
(4) cfr. Dylan, Bob & The Band - Live 1966 - The “Royal Albert Hall” Concert, cd Columbia, 1998; (torna al testo)
(5) l’elaborazione è pubblicata in Bon, Paolo - Cronache di esperienza corale 1964-1974, ed. G.Zanibon, Padova, 1976, p. 10; (torna al testo)
(6) cfr. Cantar Storie, op. cit. (in due volumi), ed Grossi, Domodossola, 1999/2001; (torna al testo)
(7) cfr. Cantar Storie, op. cit., II volume, p. 7; (torna al testo)
(8) cfr. Cantar Storie, op. cit., II volume, p. 229; (torna al testo)
(9) cfr. Cantar Storie, op. cit., II volume, p. 230; (torna al testo)
(10) cfr. Cantar Storie, op. cit., II volume, p. 244; (torna al testo)
(11) cfr. Cantar Storie, op. cit., II volume, p. 245; (torna al testo)
(12) l’esito “O Bernardo, mio Bernardo”, raccolto a Toceno in Valle Vigezzo, è incluso nell’Archivio dell’Associazione Cantar Storie. (torna al testo)
(13) Cfr. Omero, “Odissea”, ed. La Nuova Italia, Firenze, 1952, p.590; (torna al testo)
(14) si veda, a titolo di esempio, Leydi, Roberto - I canti popolari italiani, ed. Oscar Mondadori, Verona, 1973, p. 353; (torna al testo)
(15) cfr. Cantar Storie, op. cit., II volume, p. 176; (torna al testo)
(16) cfr. Cantar Storie, op. cit., II volume, p. 177; (torna al testo)
(17) cfr. Cantar Storie, op. cit., I volume, p. 97; (torna al testo)
(18) cfr. Cantar Storie, op. cit., I volume, p. 98. (torna al testo)
* Le indicazioni cd1, cd2, ... si riferiscono alla traccia di riferimento nel cd allegato alla presente relazione, che contiene gli esempi sonori e le esecuzioni utilizzate durante la conferenza.
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