|
“Cantar Storie vol. 3”
Introduzione al III volume
di Luca Bonavia
F. Vede, signora, sono venuto a chiederle una cosa che credo non le abbiano mai chiesto!
[...]
F. La sua vicina di casa mi ha detto che lei conosce certe vecchie canzoni, imparate da ragazza, dai più vecchi...
C. Io, delle vecchie canzoni...? Ma... mi prende in giro, signore...? Ih, ih, ih... (schernendosi e ridendo)!
F. Non scherzo affatto. Parlo sul serio. Sono venuto appositamente da lontano, [...], per cercare quelle vecchie canzoni che sono conosciute solo qui, da voi!
C. E poi cosa ci farete di quelle vecchie canzoni, le volete stampare?
F. Le raccogliamo per scriverle... perché se non facciamo così col tempo nessuno saprà quello che si cantava nel passato. Vede, oggi i giovani cantano canzoni molto diverse, quelle vecchie a loro non piacciono più anche se erano più belle! Non è vero forse? Vede... tra cinquant’anni, se non le scriveremo queste canzoni, nessuno le conoscerà più!
(Béla Bartók)
Introduzione
Tutto è cominciato da un piccolo sogno. Scovare nove, dieci canti dalla memoria di qualche anziano abitante delle valli dell’Ossola e, dopo averli acquisiti, elaborarli, con l’aiuto dei valenti musicisti conosciuti in tanti anni d’esperienza corale. Quindi inserirli in repertorio e, magari, tra le pagine di un sottile volumetto.
Sembrano tempi lontani. La realtà, dieci anni dopo, è già oltre qualsiasi fantasia: l’archivio del materiale raccolto ha raggiunto dimensioni ragguardevoli, il Cantar Storie è ormai progetto, gruppo di lavoro, Associazione. Sono libri e articoli, convegni e conferenze a cui partecipare, un Laboratorio Corale che prosegue in quel cammino ideale che unisce le nebbie dell’arcaico alle nostre sale da concerto. Ma quel che più allieta, ripensando a quel sogno, è riconoscere ad ogni passo, sempre, lo stesso entusiasmo di allora, lo stupore che accompagna ogni scoperta, e quel gran senso di cura che rende ogni conquista più sentita, permettendo di assaporarne l’essenza.
Realizzare un progetto di ricerca sul campo di esiti tradizionali orali è impresa ardua, e sotto molti versi delicata: non va dimenticato ciò che proprio Bartók intendeva quando accennando alla «metodica ricerca scientifica» poneva al fianco della necessaria attrezzatura tecnica una «attrezzatura spirituale altrettanto perfetta». Labili sono infatti le tracce di queste storie antiche, sottili gli equilibri tra memorie e nostalgia, molte e doverose le scelte che sin dai primi passi occorre valutare, ed assumere.
È, innanzitutto, il dilemma del ricercatore: come, se, intervenire sul materiale raccolto? Le strade sono due, solo apparentemente inconciliabili: limitarsi a raccogliere, trascrivere, archiviare, senza in alcun modo intervenire sugli esiti acquisiti, oppure “metter mano” a ciò che s’è raccolto, dando libero sfogo alla fantasia del musicista che effettua l’intervento? A guidarci è stata la certezza che fosse possibile solcare una terza strada, che aveva in Italia un unico precedente: quella logica del doppio binario che permette all’etnomusicologo di non perdere alcuna informazione, ed al musicista di condurre in piena libertà la propria ricerca espressiva.
Consapevoli dei rischi cui s’andava incontro, non abbiamo voluto scordare l’illuminante aneddoto che si racconta attorno a Sir Walter Scott, che nei primi anni dell’Ottocento perlustrava le lande scozzesi alla ricerca di leggende e antichi canti. Là, un’anziana contadina, da cui s’era recato per donarle le trascrizioni di motivi che lei stessa aveva ricordato, lo ricoprì d’insulti e ostilità: Le farfalle - disse - non vivono certo dentro ai barattoli!
Come darle torto... Anche per questo, al secondo ed al terzo volume del nostro lavoro s’è voluta allegare una selezione - giocoforza ridotta - di quell’esteso e ricchissimo materiale sonoro che costituisce ad oggi l’archivio dell’Associazione Cantar Storie. E per lo stesso motivo, ogni qual volta ci si presenta di fronte ad un pubblico per intonare le nuove elaborazioni che queste pagine contengono, è pressoché indispensabile far precedere l’esecuzione da “quelle” voci antiche. Il resto lo si deve alla sensibilità, acuta e preziosa, dei musicisti che sopra a questi esiti, spesso mutili, corrotti, fragili come lievi ragnatele, hanno infuso la loro fantasia ed abilità artistica. Con la leggerezza dell’archeologo che ritrova, e lentamente riporta alla luce quel che il tempo ha smarrito.
Pensiamo per un momento di trovarci di fronte ad una di quelle navi che di tanto in tanto riaffiorano dalle onde di sabbia dei deserti, là dove un tempo c’era il mare. Potremmo, certo, soffermarci a comprendere cosa sia avvenuto durante quell’infinito trascorrere d’anni, valutare gli effetti del vento su quei resti di legno, sconvolti dall’incedere di secoli e millenni. Ma ben altra avventura è lo spingerci oltre, tornando coi pensieri a quel mare d’un tempo, là dove la nostra nave viaggiava, ripercorrendone le rotte ormai invisibili. Quali terre ha attraversato, quanti marinai v’hanno vissuto, in quali porti ha trovato un suo approdo sicuro? E qual era, lontano, la sua terra d’origine?
Dopo l’ascolto di ogni canto, con l’approfondimento degli innumerevoli legami riscontrabili tra le varianti di uno stesso esito, il confronto con esiti simili raccolti in luoghi e paesi anche lontani, ben oltre le barriere ed i confini, le differenze di lingua o religione, va a consolidarsi la convinzione che le fonti (musicali e letterarie) della tradizione orale, che riusciamo con fatica a cogliere dalla memoria di anonimi cantori spontanei, rappresentino un immenso orizzonte di voci, fantasmi della memoria, archetipi che appartengono all’intera umanità ed affondano le proprie radici nell’arcaico. Non, dunque, semplici espressioni di “tradizione popolare”, ma esiti che possiedono molteplici implicazioni poetiche ed espressive, quelle che il musicista si trova a dover affrontare, cogliere e trasferire nella propria opera compositiva.
Si delinea così un progetto che muove in questi anni i suoi primi passi, e che va oltre la semplice costituzione di un archivio di canti ossolani, la loro attenta trascrizione, la compilazione delle indispensabili schede filologiche e la realizzazione di un’elaborazione corale, oltre la pubblicazione di una serie di volumi, la costituzione di un coro laboratorio, oltre la diffusione dei risultati ottenuti. Troppo spesso assistiamo a ricerche sul campo condotte con imperdonabile leggerezza, troppo spesso c’imbattiamo in cori e direttori di coro che eseguono elaborazioni senza porre alcuna attenzione alle tematiche arcaiche che il musicista ha voluto sviluppare, e che l’opera del ricercatore ha messo in luce. È insomma necessario non sottovalutare i rischi che interventi poco mirati o mal sviluppati possono avere sul processo di “conservazione” e salvaguardia del materiale storico e culturale oggetto di qualsiasi raccolta.
Pensiamo anche a quanto sia cosa rara, nel nostro panorama musical-corale, assistere a momenti di incontro e confronto tra i tre “attori” di quell’affascinante viaggio di cui s’accennava: il ricercatore di esiti orali sul campo, il musicista che sopra a quegli esiti interviene, ed il coro che ne esegue le elaborazioni.
Questa è l’idea che anima nel profondo gli attuali sviluppi del progetto Cantar Storie, ricordando senza timori o soggezioni, e con i necessari distinguo, quel movimento della Nuova Coralità che negli anni ’60 e ’70, per mano del Coro Monte Cesen e dell’allora Direttore Paolo Bon, rivoluzionò il panorama corale italiano.
È forse ora tempo per una “nuova” rivoluzione? La proposta è che ci si possa muovere su quella strada tracciata ormai più di trent’anni orsono, cogliendo a piene mani gli stimoli offerti dalle numerose ricerche sul campo svolte negli ultimi tempi nel nostro paese.
Se di archetipi letterari e musicali vogliamo parlare (e l’opinione di chi scrive è che non se ne possa prescindere), non è più pensabile che etnomusicologi, musicisti e direttori di coro restino separati da spesse ed insormontabili barriere.
Anche in quest’ottica il terzo volume “Cantar Storie”, doverosamente dedicato ai sinora “esclusi” cori a voci miste, appare come il punto di partenza per un percorso di cui la pubblicazione del secondo volume, solamente tre anni fa, sembrava costituire l’arrivo. È in pieno svolgimento un’intensa ricerca mirata agli esiti in lingua Walser raccolti nelle colonie italiane ed elvetiche, e la costituzione del Laboratorio Corale Cantar Storie, avvenuta a Domodossola nella primavera del 2003, legittima il progetto di divulgazione di cui sopra s’accennava, muovendolo nell’ottica innovativa di una integrazione tra mondo della coralità e mondo dell’etnomusicologia, verso una reale valorizzazione di quel grande, esteso orizzonte di archetipi celato negli esiti della nostra tradizione orale.
Di fronte a noi, un albero di canti che protende i suoi rami verso il cielo. Il nostro compito non vuol’essere soltanto l’ammirarlo, sfiorandone le foglie con un dito, ma ripercorrerne i rami, biforcazione dopo biforcazione, e passar poi al tronco e alle radici, sin là dove gli orizzonti si sfumano, lambendo le nebbie dell’arcaico.
Luca Bonavia
|
|