|

“Cantar Storie vol. 3”
Prefazione al III volume
di Giovanni Acciai
Se è vero - com’è vero - che il problema della sopravvivenza di una società consiste nell’assicurare la trasmissione delle conoscenze, dei valori, dei simboli ch’essa ritiene essenziali, oggi, nel nostro paese, ci troviamo di fronte, almeno per quanto riguarda la conservazione e la salvaguardia delle tradizioni popolari, a un atteggiamento di sfiducia nel voler considerare questo immenso e prezioso patrimonio storico-culturale non soltanto un’arte (perché di questo si tratta) ma anche un mezzo formativo della personalità dell’uomo e strumento privilegiato per la ricerca delle sue autentiche radici antropologiche.
Nell’odierna società l’indifferenza nei confronti della cultura popolare ha assunto (in special modo in quegli ambienti che si ritengono depositari della cultura ufficiale) valenze altissime, a testimonianza delle difficoltà, se non dell’incapacità della nostra generazione nel trasmettere, oltre che nel ricercare, custodire e preservare un bagaglio di conoscenze, di tradizioni, di usi e di consuetudini ricevuti dal passato e che, a ben vedere, rappresentano il ritratto piú autentico dello spirito e dell’anima di un popolo.
Basta volgersi indietro, dare uno sguardo ai secoli passati per rendersi conto di qual ben altra considerazione godesse la cultura popolare nella società di una nazione e come essa sempre partecipasse alla sua crescita e al suo sviluppo. Non è certo qui il luogo per rintracciare le cause che nella civiltà contemporanea hanno favorito questa inversione di tendenza e hanno reso possibile che il tesoro di valori espressi dalla cultura popolare andasse disperso o, nell’ipotesi meno infausta, pericolosamente contaminato a contatto con elementi estranei e ostili a questa cultura.
D’altra parte non siamo certamente noi i primi a riconoscere al canto popolare un valore culturale, artistico, sociale immenso, in quanto espressione genuina e spontanea dello spirito musicale, dell’anima di un popolo. Non conosciamo nessun’altra espressione musicale, al di fuori di questa, che presenti un carattere cosí fortemente pragmatico nel senso di una stretta correlazione con la realtà sociale e politica e con il concreto agire dei singoli nella collettività.
Siamo grati a Luca e Loris Bonavia, infaticabili ricercatori dei tesori musicali popolari della loro terra, la val d’Ossola, per consentirci di affermare e qui ribadire con rinnovata energia, in occasione della presentazione del terzo volume di Cantar Storie. Un viaggio nel canto di tradizione orale tra i monti dell’Ossola, il nostro pensiero, le nostre convinzioni, la nostra filosofia sull’arte popolare, considerata nella sua dimensione musicale.
Anche il musicista piú esigente e sprezzante di ogni manifestazione che non rientri nei canoni della severa disciplina, se è artista intelligente, aperto, libero da preconcetti, non può esimersi dall’apprezzare i valori insiti nel canto popolare, genuina espressione dell’animo della gente semplice, spontanea, scevra da preoccupazioni estetizzanti ma non per questo (anzi, forse per questo) meno valide di quanto si realizzi in certe sedi accademiche.
Nel canto popolare si può leggere la storia dell’esistenza umana con i suoi momenti ora esaltanti ora avvilenti; si può tracciare lo spaccato di realtà socio-culturali altrimenti avvertibili che è come dire individuare il canovaccio su cui s’intesse la vita del singolo, evocata con accenti poetici fortemente emotivi.
Luca e Loris Bonavia hanno ben presente, da musicisti sensibili e uomini di cultura qual sono, questi aspetti, questi valori eterni dell’humus popolare. Sanno bene che i canti ascoltati dalla viva voce dei loro compaesani e poi pazientemente registrati su nastro magnetico, rappresentano la sintesi di una fenomenologia culturale all’interno della quale convivono e si integrano sia concezioni arcaiche sia elementi appartenenti alla cultura superiore. Ed è da questa commistione che nasce l’incessante azione di riplasmazione e di rigenerazione subíto nel tempo dai canti della tradizione orale, le varianti in essi presenti e diffuse in contesti geografici limitati oppure estesi, i processi di emigrazione e di reinterpretazione in modo nuovo.
Il lavoro compiuto sul campo dai nostri ricercatori riveste una duplice importanza: quella etnomusicologica, tenuto conto della scarsità di studi e di contributi specifici sulla musica popolare ossolana, sia quella ermeneutica, necessaria per la comprensione della nozione di «popolare» nella cultura in generale come nell’orizzonte piú ristretto della sfera musicale. Un’operazione interpretativa della coscienza storica non soltanto musicale ma che investe anche lo studio delle tradizioni, dei costumi, delle credenze: insomma tutto quel coacervo di elementi che insieme concorrono a formare la sostanza di una civiltà.
Mantenendo la solida impostazione dei primi due volumi, anche il terzo tomo di Cantar Storie propone la duplice versione di una quarantina di canti di tradizione orale: la stesura su pentagramma della linea melodica originale, corredata di una scheda essenziale riguardante il luogo e la data della raccolta, l’informatore, la tonalità della fonte, il trascrittore e la relativa elaborazione per coro di voci pari o dispari da parte di alcuni fra i piú noti compositori italiani di musica corale da sempre attivi nell’opera di rivalutazione e diffusione del canto popolare anche attraverso la sua intonazione polivoca.
Non sfuggirà al fruitore di Cantar Storie il fatto che questa ricca messe di elaborazioni corali di canti popolari ossolani abbia come scopo precipuo quello di raggiungere il livello dell’opera d’arte e, nel contempo, quello di svolgere un’azione di stimolo nei confronti dei cori che eseguiranno queste elaborazioni e del pubblico che le ascolterà in una reciproca interazione che ha come obiettivo qualificante la crescita culturale e l’affinamento del gusto di entrambi. Nulla che abbia a che fare con formule standardizzate o di routine; nulla di deja-vu ma volontà ferma nel proposito di percorrere vie nuove e di scoprire orizzonti sconosciuti. Il messaggio culturale che deriva da questa scelta è chiaro, inequivocabile. Ci troviamo di fronte a pagine ricolme di altissima disciplina compositiva, alimentate di continuo dal sapore pregnante dei canti della terra d’Ossola, scelti per essere rivestiti come un abito su misura, dal taglio raffinato e dalle tinte preziose.
Che sul materiale offerto da un canto sia possibile costruire un elaborato musicale ricco di impegno e di rigore formale, è cosa risaputa e ampiamente dimostrata, anche di ricente, da Paolo Bon, attraverso importanti studi musicologici.
Cosí la densità compositiva, se contenuta entro certi limiti, si può trasformare per il pubblico in stimolazione artistica e in gratificazione estetica. Le grandi masse hanno il diritto di non subire stilemi musicali cosí spesso scontati e banali; di riscontro i compositori hanno il dovere di guidarle lentamente verso il superamento degli stereotipi osservativi, di qualsiasi natura essi siano.
Non v’è dubbio che con Cantar Storie gli autori delle elaborazioni polifoniche abbiano cercato una volta di piú di ridurre la profonda discrasia ancora esistente nel nostro Paese fra linguaggio musicale colto ed espressione musicale d’estrazione popolare, additando la via per scendere a patti con una diversa realtà musicale (quella corale per l’appunto) che racchiude in sé sconosciute quanto inesauribili risorse espressive e semantiche che ben si addicono alle tecniche esecutive dei linguaggio musicale contemporaneo.
Oltre ai suoi indiscussi meriti etnomusicologici, il progetto Cantar Storie rappresenta un evento politico-cuiturale di rilievo perché se «politica culturale» vuoi dire trasformare la cultura in un fatto che appartenga alla vita di ciascuno di noi e partecipi delle esperienze di tutti e non sia invece rivolto a un’aristocratica minoranza, allora è fuori discussione che questa silloge segni un evento di politica culturale senza precedenti.
Una società come la nostra che ha nella globalizzazione il suo unico punto di forza; che è sottoposta dai mass media alla costante distrazione; bombardata incessantemente da stimoli i piú disparati; tormentata dal tedio e dalla noia; erosa spiritualmente e psicologicamente, potrà sperare di salvarsi soltanto riappropriandosi delle sue radici piú autentiche, delle sue tradizioni piú genuine. Con il ritorno al canto popolare la società contemporanea potrà sperare di riuscire a mantenere vivo il suo carattere nel contesto della cultura imperante, come il fermento di un possibile rinnovamento spirituale che dal passato deve trarre ispirazione ed esempio.
Perché la storia, la «vera» storia, quella della musica come quella di un popolo che si esprime attraverso il suo canto, è essenzialmente storia di idee e nelle grandi cose la vera tradizione non è di rifare ciò che gli altri hanno già fatto, ma saper sempre trovare lo spirito che ha consentito di fare le cose e che ancora le farà rifare.
Giovanni Acciai
|
|