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“Cantar Storie vol. 1”
Introduzione
di Luca Bonavia
C’è forse, in qualche ipotetica e invisibile realtà, una biblioteca impossibile e infinita che raccoglie tutto quanto è storia. Ci sono libri, tanti, tantissimi libri, libri veri e sogni di libri, pagine strappate dai quaderni o da vecchi registri, fogli che volano rosicchiati dal tempo. E poi quadri, disegni, lettere scritte lette o solamente incominciate. Pagine di diario. Annotazioni lunghe due dita.
Ma manca qualcosa. Perché quella è una biblioteca impossibile, e infinita. Quella è storia è la storia di questa terra e delle persone che l’hanno vissuta, amata, ricordata, percorsa.
E tante volte quando l’uomo soffre, o è tanto felice, mancano le parole per dire davvero. Per dire usando una penna, o un mozzicone di matita, o una lettera a chi si ama di più. L’uomo in quei momenti pensa. Forse chiude gli occhi. O si guarda attorno, e sa che quel qualcosa che ha vissuto non lo può perdere così. No.
Allora, in quei momenti, può succedere.
L’uomo canta.
È un piccolo universo, quello dei canti popolari, che non hanno un autore un nome un cognome una data, che non rientrano delle opere di famosi o sconosciuti musicisti. No. Sono i canti del popolo, della gente. E non hanno un autore perché forse un autore vero non esiste. È la voce delle persone che cantano emozioni, storie, sogni, e quei canti sono come un filo che collega e si tramanda da padre in figlio, da nonna a nipote, e quel filo non si ferma ma viaggia, viaggia insieme all'uomo, collega luoghi e posti impensati, a volte ritorna ed è tanto diverso da non poterlo nemmeno riconoscere.
Cantar storie.
Purtroppo il tempo passa, e a momenti sembra correre troppo. Manca il tempo per fermarsi a prender fiato, e i figli e i nipoti corrono troppo, anche loro, per sedersi un momento a imparare canzoni. Così certe cose si perdono, come a svanire nel vento, fino a diventare una piccola eco sottovoce.
A volte allora sorge dal nulla un desiderio.
Quello di riuscire a raccogliere ciò che resta di queste vecchie canzoni, andare la domenica pomeriggio nelle osterie e nascondendoti dietro a un bicchiere di rosso ascoltare quei quattro che si trovano a giocare alle carte e quando sono quasi le sei incominciano a cantare. Ce n’è sempre uno che da la nota e decide la canzone, la prima che gli viene in mente. Forse è lui, l’albero di canto di cui parlava Bartok in quel suo libro, termine sublime per riconoscere chi secondo l’opinione della gente del paese sa a memoria “un’infinità di melodie”.
È sempre lui che incomincia. Poi gli altri, dietro. Chi interza, chi “fa il basso”, chi cerca di fare una parte che non esiste.
È il mondo di quei dialetti ritrovati che i bambini non parlano più. I verbi in disordine, gli avverbi storpiati. Ma quello che conta è il “cosa” ti stanno raccontando: ti sembra di essere dietro a un vetro che rivela e nasconde, e quello che ascolti è il tempo, non ci sono santi.
Arriva dal tempo. E racconta storie.
Così incomincia qualcosa che è come una passione.
Ascoltare. Raccogliere. E poi ritrovarsi con un baule di cassette registrate piene di fruscii con solamente una voce di ottant’anni che ti canta storie impensabili. Con una matita in mano ascoltare e riascoltare, cercare di ritrovare il brandello di quelle storie tra parole incomprensibili, “mangiate” da un tempo in tre quarti che sembra un valzer lento.
In quel momento - di solito è sera, fuori dalla finestra aperta c’è già il buio della notte su case e cose - la sensazione è così difficile da raccontare. Ti senti tremendamente solo, soltanto tu e quella voce che canta. E tu lo sai, cosa c’è. Lì dietro, appena lì dietro, c’è l’arcaico.
Ed è una cosa che mette i brividi. Perché quelle storie non sono costruite, o inventate: no, sono vissute. Chi le ha cantate non ha fatto altro che dire e raccontare le sue emozioni, cercando la musica per farlo. Avrebbe potuto dipingere un quadro, scrivere un libro, una lettera, raccontare una storia. Invece ha chiuso un attimo gli occhi, e ha cantato.
È difficile allora scegliere cosa fare. Se tenerli lì, quei motivi, come candele in una chiesa, voci che cantano, e basta. Senza il coraggio di sfiorare quel passato tanto lontano e tanto vivo da mettere paura.
Oppure guardare oltre i fogli e le parole, e sentire che la realtà, tutta intorno, si muove. Allora quel che si può fare è cercare di dare una nuova luce a quelle storie, rivestirle di un abito che hanno perduto, mantenendo però quell’identica atmosfera che avevano quando le hai ascoltate.
È difficile, come un gioco di prestigio senza trucco. Ma c'è chi lo sa fare. Musicisti che di notte non dormono, ascoltano, e ricostruiscono come quelli che ricompongono i mosaici sbriciolati da un terremoto doloroso, sanno che una verità non esiste ma quella che cercano è la loro verità, il loro senso di una storia. Cercano accordi, pause, giocano con i movimenti delle parti, aggiungono senza togliere, lasciando intatta quell’impressione che al primo ascolto, e poi al secondo, e al terzo ancora, ti trasmetteva un brivido lento sulla pelle. E alla fine quella è come magia.
All'inizio, però, il lavoro è ben diverso. Bisogna saper ascoltare. Solamente, ascoltare. Leggere quelle storie, che perdono i pezzi da tutte le parti, cercare di capire dove vogliono arrivare o dove arrivavano, una volta.
La delicata e sottile arte della musicologia insegna anche questo: guardare da lontano ciò che si è trovato e ricordare altre storie, sentite cantare anche in posti impensati. Riuscire nella difficile opera di ricostruzione di una piccola opera d’arte, capire che là una volta c’era una strofa in più che adesso nessuno si ricorda, intuire che quella parola una volta era un’altra, dimenticata o semplicemente ascoltata male.
Lasciar perdere ogni pretesa di ricostruire esattamente limitandosi a ritrovare ciò che c’è ancora, che sta per scomparire, forse è solamente un fantasma. Ritrovare una storia che è nata quassù e forse ha viaggiato, è andata lontano poi è ritornata, e magari ha visto il mare. E tu la ritrovi in più modi, raccontata in due, tre, magari cinque canzoni diverse.
Saper capire. Senza paura, usando la tua paura come ciò che ti permette di andare avanti, scoprire, ritrovare, raccogliere frammenti, ritrovare quelli che con il tempo si sono smarriti. E - alla fine - intravedere l’essenza di queste storie ossolane. Piccole. Fatte di parole e musica.
Sono storie semplici.
Cantano di amore, di lavoro, di morte e tristezza. Cantano di partenze e di ritorni, di terribili paure e di attimi che sembrano sospesi nel tempo. Cantano il dolore e qualche volta anche la gioia, ma non è mai una gioia fragorosa, che fa rumore. No.
È un sentimento soffuso, avvolto da un pudore che qualche volta si fa rimpiangere. E c’è quella malinconia che pervade ogni parola, malinconia non sempre triste, che fa rima con la semplicità.
E c’è un’altra cosa, poi. Queste storie si lasciano raccontare. Così, come una volta le favole. Tu ti siedi guardi i suoi occhi e le dici “se vuoi ti racconto una storia”. Lei ti dice sì. E tu incominci.
Sono tante, le canzoni che ancora si raccontano in quest’Ossola, tra le vecchie case i giardini e le osterie. Basta ascoltare. E ogni tanto salta fuori qualcosa che ancora ti sorprende, anche se eri convinto di aver ascoltato tutto. Storie così. Che non appena incominci a “dirle”, finiscono.
È stato un piccolo viaggio. Le canzoni ascoltate, ritrovate, raccolte, sono molte. E ognuna ha una sua storia da raccontare. Rimane quel senso di stupore di fronte a quell'angolo di biblioteca impossibile che sa dire tanto di un’Ossola antica.
Succedono cose da non crederci quando la gente non sa trovare le parole per raccontare le sue storie e allora, proprio così, senza pensarci, canta.
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