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“Cantar Storie vol. 1”

Prefazione al I volume
di Mauro Pedrotti


Loris e Luca Bonavia – i curatori di questo libro, padre e figlio – hanno l’indole del vagabondo. Sentite.

Hanno girato le montagne dell’Ossola (e non solo quelle) con sci e pelli di foca: scoprendo ghiacciai, pendii ora dolci ora impervi, valloni, nevai e cieli infiniti, ora in faticosa salita, ora in vertiginosa discesa, sotto lo sguardo vigile e severo delle cime imbiancate. Gustandosi la musica del silenzio.

Smessi gli sci ed inforcata la bicicletta (o meglio, date le pendenze, la “mountain bike”), hanno percorso le numerose vallate dell’Ossola, alternando anche qui salita a discesa e scoprendo villaggi, altipiani, culture e colture antiche, idiomi quasi dimenticati, tradizioni radicate quanto nascoste.

Documentando sempre fedelmente le loro fatiche.

Dopo migliaia e migliaia di metri di dislivello, altri si sarebbero fermati, sarebbero andati al mare. Ma Loris e Luca, ripetiamo, hanno l’indole del vagabondo. Cambiato di nuovo il mezzo, hanno ripreso a girare l’Ossola. Come? A piedi, in deltaplano, a cavallo? Macché: con un registratore magnetico, cercando con altrettanta pazienza ed altrettanta fatica non più vallate o ghiacciai, ma donne e uomini che sapessero raccontare – cantando – le storie che costituiscono quella cultura così importante in ogni insediamento umano di antiche origini: il canto popolare.

Un compito colossale: l’Ossola conta ben sette vallate, tutte montagnose, tutte abitate e tutte diverse l’una dall’altra. Da dove cominciare? Quale traccia seguire? Quale programma di ricerca? Quale sistema d’archivio? Domande da far tremare le vene dei polsi ai comuni mortali. Ma non a Loris e Luca. Abituati alla fatica ed alla pazienza, al ragionamento razionale ed al calcolo dei rischi, soprattutto convinti della bontà dell’idea, sono partiti decisi ad arrivare fino in fondo. Il risultato del loro lavoro è raccolto qui, nelle pagine che seguono. Ne accenniamo una breve analisi.

Il metodo, prima di tutto. Una scheda, per ogni canto raccolto, riporta la melodia, il testo, il luogo e la data di raccolta, l’informatore e l’esecutore, il numero d’archivio, la tonalità alla fonte ed alcune note (sempre di notevole interesse). Ed il nome del trascrittore: perché alla base di ogni canto c’è un supporto magnetico, che è stato poi “trascritto” sul pentagramma. Con non poche difficoltà tecniche, dato che i cantori “naturali” non sempre conoscono la grammatica musicale e comunque, se in un certo punto vogliono fare uno svolazzo o una pausa, ebbene, li fanno e basta: con buona pace delle battute, della grammatica musicale e dei problemi tecnici dei trascrittori.

Poi, la sostanza. Decine e decine di canti raccolti: un patrimonio imponente, le cui dimensioni andavano crescendo mano a mano che i curatori credevano di scoprirne i confini. Storie d’amore, di morte, di lavoro, di guerra; in una parola, di vita. Storie di culture e tradizioni diverse, succedutesi nei secoli in quel territorio, dialetti dimenticati o comunque non più parlati dai giovani. Storie musicali, tramandate dai vecchi ai giovani, dai padri e dai nonni ai figli ed ai nipoti, durante il lavoro o durante le riunioni “familiari” un tempo così frequenti la sera, dopo il lavoro o nelle lunghe serate invernali: “salvate” prima su nastro e poi su questo libro.

Il canto popolare. Fonte inesauribile di notizie, frammenti, indizi. E sorprese. Canti che credevi trentini recuperati a trecento chilometri dalle Dolomiti, nelle più scure asperità di una delle sette valli ossolane. Versioni simili nella melodia, o nel testo, o in ambedue: saranno trentini o ossolani? La domanda sfiora soltanto questo libro. In fondo, non è molto importante sapere se un falciatore trentino ha portato il tal canto in Val Bognanco, o viceversa. I curatori non si sbilanciano sull’origine dei canti, dicono solo dove li hanno “raccolti”. E siccome l’area di raccolta è ben definita, significa che, originari o d’importazione, anche questi canti fanno parte a pieno titolo della cultura popolare di quell’area.

Ottimo lavoro, quindi, completo, serio, ricco di informazioni e di spunti di riflessione per ogni studioso del canto popolare. Fatto con competenza e passione. Bravi.

Un momento. Non è ancora finita, non è così facile fermare i Bonavia, tenaci vagabondi. Perché, mano a mano che il loro archivio cresceva, si sono chiesti a chi il loro lavoro – le schede musicali, le notizie, la bibliografia - fosse destinato. La risposta non poteva essere che una: agli studiosi, agli specialisti, alle biblioteche. No. Non bastava. La valorizzazione ultima del loro lavoro sarebbe dovuta passare attraverso i cori, i cantori e i loro maestri: solo essi avrebbero potuto diffondere e far conoscere la ricchezza popolare delle genti ossolane, la freschezza delle melodie, le storie contenute nei testi. No, le schede non bastavano: bisognava armonizzare quei canti.
Ed ecco allora i nostri curatori – con un po’ di fantasia ci piace raffigurarceli zaino in spalla, cappellaccio e bastone tipo “Whimper”, aria decisa e passo misurato, anche se poi avranno meno romanticamente utilizzato automobile, autostrade e telefono – riprendere il vagabondaggio per mezza Italia, stavolta alla ricerca di musicisti, noti e meno noti, mostri sacri e giovani promettenti, che acconsentissero ad elaborare per coro maschile il materiale che essi avevano raccolto con tanta pazienza. Il raccolto è stato abbondante: il lettore ne troverà i nomi elencati all’inizio del volume e poi in testa alle partiture. E’ importante osservare che alcuni sono personaggi di assoluto rilievo nel mondo della musica; altri lo sono nel campo più specifico della musica popolare; altri ancora sono giovani emergenti nell’affollato ambiente musicale, ma già con una loro precisa caratterizzazione stilistica. Tutti hanno aderito entusiasticamente alle proposte, tutti hanno interpretato le schede musicali loro affidate sublimando quelle melodie con strutture armoniche ora semplici, ora complesse; prendendo spunto dalle idee melodiche dei canti originari – dalle storie cantate - hanno creato piccole opere d’arte, gioielli musicali che sono ora a disposizione dei cori popolari, destinatari ultimi del lavoro di Loris e Luca.
Ora sì che possiamo dire loro finalmente: bravi, vagabondi, e grazie.

Mauro Pedrotti
Direttore del Coro della SAT di Trento


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