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La capra nel cantare ossolano
Dai lupi al Chad Gadjà, passando per una botte troppo fragile
Il cantar popolare, e la capra: storia di un destino un po’ ingrato, se è vero che vagabondando per canti e canzoni, avventure e serenate, ricordi e sogni tristi, la sua sorte sembra racchiusa tra mura molto strette e spesso infauste, dallo scherno a qualche ombra in sottofondo, il più delle volte poi è un silenzio che tace e non allieta, che potrebbe dire ma non dice, e si volta da altre parti a raccontare.
Per esempio, la pastora. La conoscono tutti. Quella che, come racconta anche il Nigra, pascola lungo la riviera e siccome fa un caldo mai sentito decide di mettersi un momento sotto a un albero, all’ombra. Ma dal bosco esce un lupo, “colla bocca aperta”, che si avvicina come un corsaro cogli istinti più cattivi e il perverso desiderio di sfamarsi.
Quel che ruba è il più bell’agnello del gregge, il più piccolo, quello che la pastora coccolava di più.
Il resto è poco importante. La pastora che piange, il gentil galante che arriva e improvvisandosi eroe uccide il lupo restituendo il bel “barbin” alla ragazza, sperando di essere ricompensato secondo i suoi più nascosti desideri.
Chi sa, se la pastora fosse stata lì con le sue capre, cosa sarebbe successo. Certo, un agnello è bianco, sembra un batuffolo di lana, e la gente quando ascolta fa presto a dire “oooh” con gli occhi grandi così, un po’ commossa e spaventata.
Fosse stata una capretta, forse, la pastora non avrebbe pianto tanto disperata, e il gentil cavaliere non avrebbe compiuto il suo splendido gesto ricevendo, scornato, la promessa di un po’ della sua candida lana in ricompensa.
Chi sa: sarebbe andata meglio, forse, al cavaliere.
Ma tutto avrebbe fatto meno “scena”, in quel piccolo palcoscenico che è il canto popolare, che vuole creare emozioni e raccontare le sue storie perché la gente le ricordi e - a suo modo - le canti.
Pecore, dunque.
Come quelle dei pastori che se ne andavano in giro per le ore della notte più beata, illuminati e incantati dalla stella con la coda.
Distratti, svegliati e attirati da quell’incredibile spettacolo non possono far altro che andarsene: quelle che abbandonano sono agnelle, anche loro un po’ beate perché dall’alto c’è qualcuno che le guarda, e veglia su di loro affinchè non succeda niente.
E le capre, chissà dove. Forse a perdersi, dimenticate da tutti.
Non succede di meglio poi quando, in una storia molto meno beata e divina, lui è un uomo ingrato, ingrato e senza cuore, l’ha tradita dopo averle promesso fedeltà e così lei perde la testa e, dopo essersi tolta quel bellissimo anello che lui le aveva dato, se lo mette sotto i piedi con la promessa di non cascarci proprio più.
Ma poi capita una cosa un po’ strana, anche se in queste storie succede di tutto e non c’è mai veramente da stupirsi. È lui che s’infuria, quasi più di lei, s’arrabbia perché lei non lo perdona, perché lei non ha capito quel momento di provvisoria “debolezza” che l’ha preso.
E allora si lancia in una serie d’insulti che fanno vibrare le pareti del canto, nato in una valle alta come la Formazza. C’è lui che guarda avanti e le dice che quello che dovrebbe fare è fare “la morosa di riserva”, e ancor di più andare a pascolare, là, “insieme alle caprette”. Forse a fare la capretta pure lei, oppure no, semplicemente ingrata e tradita in mezzo alle caprette. Chi lo sa.
Ma almeno qui di capre si parla, e si canta. Non certo in tono lieve, o per far intenerire i dolci cuori di chi ascolta. Ma è qualcosa.
C’è Gigin, poi. Che è “papà Gigin”, almeno così lo conoscono tutti: papà di chi, non si sa, ma non importa. È uno che fa una vita un po’ grama, ce lo immaginiamo che lavora giorno e notte per tirare avanti, e oltretutto non deve certo navigare nelle ricchezze. Tutto quello che si sa è che ha una moglie, una certa Marianin di cui non sappiamo nulla se non che quando lui torna dal mercato è ancora a dormire, poi vorrebbe tanto avere un carretto, un “birucin”, una mula e una crava, toh, eccone un’altra, papà Gigin ha una capra, non ha un agnello e nemmeno un galletto, no. Una bella capra, che si compra al mercato quella mattina in cui ha deciso di comprarsi tutto. Cose strane. Prima non aveva niente, se non una casa, e Marianin. Poi si alza, e tac, decide di comprarsi tre cose. Una capra, appunto, una mula e un carretto. Torna a casa, ma non ha nemmeno il tempo di arrivarci che gli è già passata tutta la contentezza. È già disperà, Gigin, perché il birucin è finito contro un sasso e si è spaccato in mille pezzi, la mula è morta, chissà come, probabilmente investita dal carretto, e si intuisce, sotto sotto, che la colpa di tutto non è del caso, ma della capra, che per prima ha rotto l’idillio di quella giornata scappando e facendo prendere velocità al birucin trasformandolo in un carretto assassino.
Non resta che piangere, al povero Gigin. Fa alzare la moglie dormigliona, e poi per pagare i debiti è costretto a inventarsi un modo ingegnoso per guadagnare qualcosa. Vende il vino, ma lo vende “scars ad misura”, cioè imbroglia sulla quantità, lo allunga con l’acqua probabilmente, e così poco alla volta li può pagare. Quel carretto in mille pezzi. La mula uccisa dal carretto.
E quella maledetta capra che ha causato tutti i suoi guai.
Destino, ingrato, si diceva, per la nostra simpatica capretta. Tradita da pastori, innamorati, cantastorie.
Finchè spunta un canto che ricordano a Trasquera, sembra un canto così, da ascoltare, registrare e mettere in archivio a prender polvere. Eppure qualcosa suggerisce che arrivi da lontano, nel tempo, e non soltanto.
La protagonista - e già questa è una bella novità - è addirittura lei: la crava, si chiama, la crava dul bot, e immaginarsi cosa c’entrino tra loro una capra e una botte è già un bell’esercizio di fantasia.
Incomincia così, la storia, con la nostra capra che è lì tranquilla a pascolare. Ma naturalmente è anche un po’ maldestra e così, spostandosi a cercare l’erba più buona, tocca dentro una botte che avevano appoggiato da quelle parti. Ovviamente è anche sfortunata, e la botte era piena di vino, ma non solo: quel vino era il vino più buono che avevano, forse il più buono da anni.
Poi arriva il lupo. Che questa volta non cerca gli agnelli ma trova la capra, non soffre per la differenza, anzi è ben contento e se la mangia in un boccone. Quella capra che - ci ricordano - ha rotto la botte con dentro un vino così buono.
Incominciamo a capire. Questa è uno di quei canti che ci insegnava la maestra a scuola per farci stare buoni. Quelli che non finiscono mai e ad ogni strofa vanno a ricominciare dall’inizio.
Infatti, arriva il contadino, che è due volte arrabbiato: per la capra che gli ha rovinato il vino e per il lupo che è andato a mangiargli la capra. Così lo bastona, quel lupo, sì, va bene, quello che aveva mangiato la capra, quella che aveva fatto rotolare la botte, e addio al vino.
Ormai il trucco è nostro.
Dopo il bastone arriva il fuoco, che brucia il bastone, e poi l’acqua che spegne il fuoco, e il bò che beve l’acqua, e infine il bichè, che è il macellaio, che fa il bò a pezzetti... e si potrebbe andare avanti all’infinito. Tutte le volte ritornando fino a quella capra maldestra che ha rovinato il vino più buono della terra.
Sembra una filastrocca. Te la cantano con grasse risate, su a Trasquera, e tu ridi con loro, dopo due strofe l’hai imparata e sei già capace di cantarla.
Ma poi, a casa, sfogli per curiosità quei grossi libri che sanno di antico, Nigra, Sinigaglia, e ti parlano di ballate e di vecchie storie che arrivano da paesi lontani, ce n’è una che viene dall’oceano, un'altra che assomiglia a quelle ballate d’Inghilterra, una che parla di un re francese e molto cattivo con un castello a cinque torri.
E poi, eccola lì. Con un posto tutto suo, “la crava”. Possibile che... eppure... sì, è lei. Con qualche variante, ma è lei, capra, vino, lupo, bastone, fuoco, acqua, e via così. Qualcuno la finisce anche con la morale, oppure dicendo “adesso è finita, siamo stanchi e la smettiamo qui”, cose così insomma.
Ma quello che è veramente interessante, quello che ti fa rimanere un attimo in silenzio a pensare, è la storia.
È una storia che va lontano, davvero lontano.
A una celebrazione pasquale ebraica che si chiama séder, è un rito domestico che ha quattro momenti ben distinti, con canti, inni, preghiere. Finchè la cerimonia religiosa si conclude e i commensali, attorno alla tavola, esprimono liberamente la gioia del cantare.
Ci sono due canti, in quel punto del séder: uno si chiama Chad gadjà, ed è appunto la versione ebraica della crava.
Da Trasquera, un paese piccolo così, al mondo ebraico. Cose da matti. Scopriamo poi che la versione piemontese, coincide quasi completamente con quella ebraica: i termini ebraici sono naturalmente sostituiti da quelli piemontesi (il macellaio, bichè, sostituisce il termine originale schoket), e la conclusione si discosta da quella esplicitamente “teologica” intonata durante il séder.
Certo, poi alla fine il destino è sempre ingrato. La capra è lì che pascola, ne combina una delle sue e finisce mangiata da un lupo ingordo.
Però, volete mettere. È un canto importante il suo. Va, e porta lontano. È uno di quelli che ti fanno capire come non si possa mai dare nulla di scontato, nel canto popolare.
È sempre così. Canti ascoltati per caso, che ti sembrano filastrocche inventate per far ridere, nascondono radici profonde, che vanno indagate, ascoltate, pensate. E spesso, poi, tra le pagine dei libri si scoprono verità che sono radicate nella memoria del popolo, e in quel prezioso senso d’arcaico che pervade nel profondo queste vecchie storie intonate a bassa voce, in osteria.
Luca Bonavia
Bibliografia
Bonavia, Luca e Loris (a cura di), Cantar Storie - Un viaggio nel canto popolare tra i monti dell’Ossola, Ed. Grossi, Domodossola, 1999
Leydi, Roberto (a cura di), Canzoni popolari del Piemonte - La raccolta inedita di Leone Sinigaglia, Ed. Diakronia, Vigevano, 1998
Nigra, Costantino, Canti popolari del Piemonte, Ed. Einaudi, Torino, 1974
Testi dei canti citati
Amor tu sei ingrato (raccolto in Valle Formazza)
Amor tu sei ingrato o uomo senza cuore
tu mi hai giurato amore con grande fedeltà.
L’anello che mi hai dato l’ho messo sotto i piedi
e fino a che non credi te lo farò veder.
Oh dammi le mie lettere o dammi i miei ritratti
e no l’amor coi matti non m’al farò mai più.
La mia morosa vecchia la tengo per riserva
e quando spunta l’erba la mando a pascolar.
La mando a pascolare laggiù con le caprette
e l’amor con le civette non m’al farò mai più.
Papà gigin (raccolto in Valle Ossola)
Papà Gigin u và al mercà
u va al mercà giü par nuvara
par cumprà il birucin e la mula e la crava.
Papà Gigin u torna a cà
tic e tituc pica a la porta
levat sü Marianin che la müla l’è morta.
Papà Gigin l’è disperà
gh’era scapà anca la crava
birucin s’è spacà cuntra ’n sass par la strada.
Papà Gigin u vend ul vin
u vend ul vin scars ad misüra
par pagà il birucin e la crava e la mula.
E mi i’èva ‘na crava (La crava dul bot) (raccolto a Trasquera)
E mi i’èva ‘na crava che la pasturava ch’la m’ha rot mè bot.
Oh che bun vin ch’ui èra int’ul mè bot
l’è la crava ch’l’ha ‘m l’ha rot.
E l’è rivà col lûf che l’ha mangià la crava che la pasturava ch’la m’ha rot mè bot.
Oh che bun vin...
E l’è rivà ‘l bastun ch’la bastunà col lûf che l’ha mangià la crava che la pasturava ch’la m’ha rot mè bot.
Oh che bun vin...
E l’è rivà col fôi che l’ha brûscià ‘l bastun ch’la bastunà col lûf che l’ha mangià la crava che la pasturava ch’la m’ha rot mè bot.
Oh che bun vin...
E l’è rivà quèl acqua ch’l’ha smurzà col fôi che l’ha brûscià ‘l bastun ch’la bastunà col lûf che l’ha mangià la crava che la pasturava ch’la m’ha rot mè bot.
Oh che bun vin...
E l’è rivà col bò che l’ha bevû quel’acqua ch’l’ha smurzà col fôi che l’ha brûscià ‘l bastun ch’la bastunà col lûf che l’ha mangià la crava che la pasturava ch’la m’ha rot mè bot.
Oh che bun vin...
E l’è rivà ‘l biché che l’ha mazà col bò che l’ha bevû quèl’acqua ch’l’ha smurzà col fôi che l’ha brûscià ‘l bastun ch’la bastunà col lûf che l’ha mangià la crava che la pasturava ch’la m’ha rot mè bot.
Oh che bun vin ch’ui èra int’ul mè bot
l’è la crava ch’l’ha ‘m l’ha rot.
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